sabato 28 novembre 2009

Gaio Duecento


E sono di nuovo giorni ripiegati e dolenti. Frenetici nello spietato scatenarsi di assillanti incombenze, ed insieme torpidi e dolenti per la stupefatta inerzia con la quale mi trovo a trascorrerli, e a farvi fronte. Un'inerzia che stupisce anche me, e che mi puzza sempre più di sconfitta definitiva: una Caporetto dove sembra impossibile qualsiasi ipotesi di contrattacco; qualsiasi speranza di riscossa. Cerco di sostenermi con le attenzioni e le sollecitudini che mi regalano alcune anime elette ma troppo lontane per soccorrermi in questi momenti; e più mi ci aggrappo più ne divento famelico, e meno riesco a saziarmene. Vergognandomi di questa bulimia, rischio di diventare anoressico.
Se mi guardo dentro provo un misto di compassione e di schifo. E questo non aiuta; questo mi preclude quelle vie di fuga attraverso le quali, un tempo, riuscivo scaltramente a sfangarla.
Ma questa sera ho bisogno di fermarmi, e di combattere questo strano freddo che sento nelle ossa. Torno a cercare calore e ristoro nel mio adorato Duecento, che come al solito non mi delude, e mi regala questo meraviglioso sonetto gay di Nicola Muscia da Siena:



Giùgiale di quaresima a l'uscita,
e sùcina fra l'entrar di febbraio,
e mandorle novelle di gennaio
mandar vorre' io a Lan ch'è gioi' compita;

ch'i' l'amo più che nessun uom la vita,
ed e' mi tien per suo e sono e paio:
ed e' se ne potrebbe avveder naio;
e a lui vado, com'a la calamita

va lo ferro, che è naturaltade:
Amor comanda, e così vòl che sia,
ched i' faccia per la sua gran beltade,

ch'è tanta che contar non si poria;
ma non dico così de la bontade
né del senno, per ciò ch'i' mentiria.

Ho scritto a bella posta "sonetto gay" perché in esso c'è la serena, piena consapevolezza della naturalità insita nell'amore omosessuale. Una consapevolezza non soggettiva o occasionale, ma alimentata dall'humus culturale di un'Italia che attraversava uno dei periodi più straordinari della sua storia. Ne offro, per maggior chiarezza, una mia versione in lingua corrente.

Giuggiole a Quaresima adempiuta
e susine agli inizi di Febbraio
e mandorle novelle di Gennaio
vorrei donare a Lano, mia gioia compiuta;

che l'amo più della mia stessa vita,
e lui mi ritien suo, e questo io lo so:
che se ne accorge pure chi veder non può;
e a lui vado come alla calamita

va il ferro, e quest'è naturalezza:
l'Amore mi comanda, e così vuole che sia,
e che lo faccia per la sua gran bellezza

che è tanta che spiegarla non potrei;
ma non dico così di sua bontà
nè del senno: che altrimenti mentirei.

Che meraviglia questo Nicola innamorato e fiero di sapersi corrisposto, orgoglioso della sua passione e dei suoi sentimenti! Che dolce questo Nicola che vorrebbe regalare al fidanzato cose che manco esistono come le susine di Febbraio o le giuggiole d'Aprile. E pazienza se il Lano del suo cuore è bellissimo ma stronzo, e anche un po' svaporato: mica sempre ci si innamora delle persone perfette, no? Che poi anche Nicola, a dirla tutta, non è uno stinco di santo nemmeno lui, e quelle malelingue dei suoi amici dicono che è una strega capace di trasformarsi in gatta "...e va di notte, e poppa le persone"; ma secondo me è tutta invidia di quelle Kretine!

sabato 21 novembre 2009

Auguri, principino!


Quando nacqui faceva così caldo che le mie fate madrine, oppresse dall'afa, sbagliarono tutti gli incantesimi. Così non soltanto venni fuori un pasticcio, ma per soprammercato risultai anche sfortunato al gioco, sfortunato in amore e sfortunato negli affari. Accortesi del disastro, le scriteriate mandarono a chiamare in tutta fretta la vecchia fata Tamarinda. " O ragazze" disse lei dopo essersi resa conto dell'accaduto " qui ormai la frittata è fatta e io posso fare ben poco; tuttavia a questo sgorbietto voglio fare un regalo che lo possa risarcire di quanto voi disgraziate gli avete tolto". Agitando la bacchetta magica sulla mia capoccetta pelata recitò:
"Stranga bulanga masanga viggiù
che tanti amici possa aver tu.
Magalli fiorello ventura timperi
tu possa aver tanti amici sinceri.
Normografo pantografo rapidograf matita
siano gli amici il sorriso della vita".
E sparì, lasciando nell'aria un forte odore di pastiglie Valda.
L'incantesimo di Tamarinda, devo ammetterlo, funzionò: e la mia vita fu costellata di amicizie in grado di darmi quelle felicità che mi venivano negate in altri campi. E lo è tutt'ora.
Grazie all'incantesimo tanti amici sono diventati parte di me, rimanendo tali anche quando il destino e le vicissitudini hanno fatto in modo di allontanarmeli materialmente, o di allentarne la frequentazione. Ma quando parti separate si ricongiungono, è sempre una festa. Come con A.
A. è quello della foto. Cioè, ovviamente non è lui, ma gli somiglia come una goccia d'acqua. Lo conobbi parecchio tempo fa, e fu il primo che ribattezzai "Principino" per la grazia aristocratica dei lineamenti, dei modi e dell'eloquio, oltre che per la nobiltà delle idee e dei sentimenti. Ma anche perché, come nel "Piccolo principe", ai tempi della nostra frequentazione credevo di insegnargli la vita e invece la imparavo da lui. Passammo insieme bellissimi momenti; poi, come spesso succede, la vita ci ha un po' allontanato, lui impegnato nei suoi amori esaltanti, io impegolato nei miei amori impossibili. Ma non ci siamo mai persi di vista, e l'affetto di cui continua ad onorarmi è quel tipo di felicità che sanno darmi solo gli amici più cari.
Se questa volta parlo di lui è perché domani è il suo compleanno, e ci tengo a fargli gli auguri Urbi et Orbi, da quella persona speciale che è.
Grazie, Principino: ti abbraccio forte.


venerdì 13 novembre 2009

Omero, Sorgi e i bandoleros


In un bell'articolo apparso oggi su "La Stampa", Marcello Sorgi dipinge con immagini molto efficaci l'attuale situazione della maggioranza di governo. Il Presidente del Consiglio vi è ritratto come un toro che nel corso di una corrida scorrazza furioso ed apparentemente invincibile nell'arena, quando ad un tratto, zac! uomini dalle movenze sinuose e leggiadre lo infilzano sul groppone con le banderillas acuminate e variopinte, che senza provocargli dolori insostenibili ne fiaccano però irrimediabilmente la resistenza e l'aggressività. Secondo il bravo giornalista, questi uomini da assimilare ad alcuni esponenti del Governo in carica si chiamano "bandoleros". "Quandoque bonus dormitat Homerus", ogni tanto anche Omero sonnecchia: lo sappiamo, è una cosa umanissima che ha fra l'altro il merito di renderci più simpatici e meno algidamente perfetti tutti coloro che grazie alle proprie capacità sarebbero altrimenti destinati a rimanere su inarrivabili e intimidenti piedistalli. Perché, dottor Sorgi, il bandolero è il fuorilegge, il bandito che , stanco, scende la Sierra misteriosa sul suo cavallo bianco; come nel Tango delle capinere che sentivo cantare dai miei vecchi durante le veglie invernali in tempi ormai remoti. Quelli che infilzano il toro nell'arena si chiamano "banderilleros" dal nome del loro strumento di tortura.
Non per altro, ma per la memoria dei miei vecchi romantici e canterini mi sento in dovere di segnalarLe un errore che loro riterrebbero imperdonabile.

mercoledì 11 novembre 2009

Permitte divis cetera


"Guarda come si staglia il Soratte sotto il candido
manto di neve, e come le fronde stremate
faticano a reggerne il peso. Gelo tagliente, i fiumi
e i ruscelli si sono rappresi.
Dissolvi il freddo nutrendo il camino
con larga provvista di legna, o Taliarco;
e senza avarizia mesci il vino di quattro anni , e puro,
dall'anfora sabina col manico doppio.
Tutto il resto, lascialo agli dei.
E' bastato che facessero cessare i venti in lotta
sul gran ribollire marino,
perchè di colpo i cipressi e gli orni vetusti
non s'agitassero più.
Su cosa ti attende in futuro, rinuncia ad indagare:
qualunque altro giorno ti aggiunga il destino,
come quello trascorso,
ricorda di segnarlo in attivo. "


Quanto mi è sempre piaciuta, questa poesia di Orazio! Oggi pomeriggio, lavorando forsennatamente, pieno di zelo mi proponevo di continuare il racconto di San Martino, e per soprammercato di parlare del bellissimo blog alchemico-gastronomico che Asa-Ashel, zitto zitto, manda avanti da qualche tempo parallelamente ai suoi più noti Frammenti. Poi la notte s'è fatta di cobalto gelato e trapunto di stelle come la volta degli Scrovegni, ed è stato bello riempire il camino coi grossi ceppi di vite vecchia che fanno una fiamma odorosa e pulita. Taliarco non c'era, e quando mai, ed era ormai così tardi che ho cenato da solo. Ma ho trovato un perfetto merluzzo dissalato da poco, che ho fatto appena scottare al vapore in modo da poterlo dividere in larghe, morbide falde; e l'ho condito con un giro d'olio ragusano ancora fragrante di frantoio, e poche gocce di limone d'Albenga. Poi l'ultima lattuga dell'orto, che adesso sa di carciofo e non teme nè il sale, nè il timido aceto di Moscato, e che con le grosse, morbide fette del nostro pane odoroso di castagne diventa un mangiare da re. E ancora, un niente di gorgonzola verdissima e pestilenziale e verissima. E una bottiglia di Mondeuse della Savoia fatta da un ragazzo coi capelli neri come il peccato, i muscoli tesi come il desiderio, e gli occhi dolci e profondi come un lago delle Bauges.
E chi vorrei con me non c'è, ma non è lontano. E allora sì, per questa notte tutto il resto lo lascio agli dei.

martedì 10 novembre 2009

San Martino un anno dopo


Il tempo degli uomini non scorre, rotola. E' una ruota in movimento che percorrendo il suo tragitto lineare gira in continuazione su se stessa, e costringe ognuno dei punti della sua circonferenza a tracciare un'orbita perfettamente costante. Dopo giorni e giorni di pioggia e di grigio, Novembre si è tinto d'oro per ricordarmi che domani è San Martino, per celebrare la piccola estate miracolosa che anche a questo giro non sgarra, e per costringermi ancora una volta a fare i conti con i miei ricordi. Lo scrivevo esattamente un anno fa, che domani "...è uno di quei giorni in cui i ricordi ti assolgono anche se non vorresti", solo che all'epoca me la tiravo di più, dicevo e non dicevo, credevo di essere più figo sostituendo le allusioni al racconto, le metafore alle immagini. Adesso ho più voglia di raccontare e di raccontarmi; e se lo scorso anno mi dedicavo un San Martino severo ed austero per esorcizzarli, i ricordi, e per riderne, stavolta me lo regalo fiabesco e leziosetto, molto compreso in se stesso e molto calato nella parte, generoso sì, ma non al punto da rovinare la splendida e griffatissima mantellina di broccato, limitandosi ad asportarne un cicinin giusto giusto per passare alla storia. E' il San Martino di Zenale e Butinone, ospite d'onore in un polittico che amo, e che si trova a Treviglio: dorato, scintillante, rutilante ed improbabile come la piccola estate di domani.




PS: dice: "Embè? E il racconto? E i ricordi? Tutto 'sto pippone e poi siamo sempre nel filare delle uve brusche?" Eh, che diamine, un po' di pazienza, no? Prossimamente, su Rieduchescional Channel!

lunedì 9 novembre 2009

Appunti di viaggio- la Javanaise

Non importa la durata, non importa la meta, non importa lo scopo: un viaggio, per essere veramente tale, va fatto prima di tutto nell'anima. Due giorni mordi-e-fuggi in Francia per lavoro possono ridursi a replicare il mortificante tran-tran delle solite fatiche; ma se si trova la chiave giusta possono essere un viaggio. Solitario ma non solo, questa volta: sarà per questo che la chiave l'ho trovata quasi subito in questa canzone ascoltata quasi subito appena varcata la frontiera.
Nella sua svagata tristezza, nel suo sfumato rimpianto, nella sua affettuosa atmosfera autunnale mi sono subito riconosciuto; ho trovato il sapore di questi miei giorni senza disperazione, non avari di gioie ma non prodighi di speranze.



La vie ne vaut d'etre vécue sans amour
Mais c'est vous qui l'avez voulu mon amour
Ne vous déplaise
En dansant la Javanaise
Nous nous aimions
Le temps d'une chanson.


"Non vale la pena vivere la vita senza amore. Ma sei tu che l'hai voluto, amore mio. Non ti dispiaccia. Ballando la Javanaise ci siamo amati
per il tempo di una canzone." Di una bella canzone, per di più.

Il ragazzo che vende selezioni di té pregiati ha l'aria avvilita di chi scopre di aver fatto male i suoi calcoli; ma dalla colta e cosmopolita Lione non immaginava che in questo lembo di Francia profonda e un po' zotica dove ci siamo trovati uno accanto all'altro la gente è affezionata senza cedimenti a quella brodaglia chiamata "petit café". In un momento di tranquillità gli ho chiesto di vendermi qualcosa dei suoi tesori. E di parlarmene. Ha cominciato ad aprire scatoline e sacchetti con aria furtiva, porgendomele esitante per farmele annusare, arrossendo perfino un po', come se sottoponesse al mio fiuto parti nascoste della sua epidermide. E' grazioso nei suoi modi impacciati da timido, nel suo parlottare sommesso ed un po' bofonchiante. Da una delle scatoline aperte all'improvviso si sprigiona come un afrore di vecchio camino fuligginoso. Non conoscevo il Lapsang Souchong, e rimango conquistato dall'odore fumoso di torba e di wisky stravecchio, di sigaro toscano spento e di aringhe. Ne compro un bel pò, il prezzo mi sembra ottimo, per cinque euro me ne riempie un sacchetto grosso così e mi fa un sorriso tutto per me, di quelli che non hanno prezzo. Me lo preparo appena arrivato a casa, e lo faccio come piace a me, ben carico e con una lunga infusione. Ha dopo le prime note un po' untuose che sanno di speck e di würstel, rivela un sapore decadente e misterioso di incenso e di fumeria d'oppio , di ripostiglio pieno di damaschi polverosi e di vecchie baldracche parigine arrochite da troppe Gauloises. E di sacrestia tirata a lucido, di fondaco, di Oriente e di sgabuzzino delle scope. E' un flash, non ricordavo da tempo sensazioni gustative così potenti nell'evocare suggestioni, sensazioni, ricordi. E mi accorgo che è un po' come la canzone di Serge Gainsbourg, come le sue atmosfere di stanze in penombra e di letti sfatti, di alberghetti male in arnese e di decorose, ma tetre case di banlieue.

domenica 1 novembre 2009

Veglia alla vigilia dei Morti


Una volta non c'era Halloween, e i Morti tornavano sulla Terra la notte di Ognissanti. Erano morti buoni, e non facevano paura: solo tanta compassione. Per propiziare la loro venuta tutta la famiglia recitava il rosario a luci spente, e al chiarore del fuoco morente. Poi cominciava la lunga veglia. Si mangiavano castagne bollite attorno al camino, e si beveva vino dolce lasciando una finestra socchiusa, in modo che i morti potessero entrare. E si ingannava il tempo ascoltando i racconti dei vecchi. Racconti di terrori e di magie, racconti di streghe e di masche e di creature misteriose e di spiriti: le potenze non celesti e non infernali che però convivevano con la mia gente da chissà quanti secoli o millenni. Ricordo da bambino una veglia di queste, a tener banco e a raccontare era la mia bisnonna, una che la sapeva lunga sulle bestie, sulle erbe e sulle pietre, tanto che dicevano fosse una mezza strega anche lei. Non aveva paura nè delle masche nè degli spiriti, perché sapeva come combattere e sconfiggere le une e gli altri. Ma le sue esperienze erano sconfinate, e terrorizzanti.

Ho trovato per caso un qualcosa di analogo nella testimonianza raccolta presso un vecchio ultraottantenne di Roccaverano, nell'Alta Langa. La riproduco quasi integralmente, anche se molto lunga. E' una bella lettura. Sa di castagne bollite, di vino dolce, di nebbie e di fumo. Chi ha voglia di vegliare i Morti, mi faccia compagnia.



"Io avevo quattordici, quindici anni; quando ho visto il "chiaro" avevo diciassette anni, sono del ’14, quindi… Ho visto il chiaro a Menasco, è in campagna, era un chiaro che dire non si può dire, ma si vedeva che girava alto così da terra, un metro da terra, faceva un’ombra così e chiaro tutto intorno, tutto uno splendore così. Di notte quando si girava senza luci normalmente si presentava nell rivass (il burrone, n.d.r) , in posti dove a piedi non si può neanche andare, andava veloce come uno a piedi , e poi ogni tanto si spegneva , ma un secondo eh, faceva che spegnersi, faceva soltanto un pezzetto come di qui a là, poi di nuovo faceva chiaro. Io l’ho visto, urca!, quando l’ho visto da vicino avevo una pietra da tirargli, mi è caduta di mano dalla paura. Pensavo che fosse un uomo, invece non c’era nessuno, era grosso, faceva uno splendore come una lanterna, non una luce viva, una luce un po’ come quella di un lanternino, quei lanternini di una volta che facevano una luce un po’ annebbiata, un po’ scura, una bella luce, si vedeva. Poi anche buonanima di mio papà, una volta gli ho detto: "Guarda che era sotto il rivass ". "Vado a vedere". Lui non aveva paura. Quando era sul rivass l’ha visto il chiaro da sotto che girava, poi s’accendeva e si spegneva, poi s’è girato verso di lui e lui ha avuto paura. Non si poteva capire cosa fosse. Battistino anche l’ha visto. Non si poteva capire se ci fosse qualcuno, si vedeva che c’era qualcosa lì, ma non che si potesse capire, come se ci fosse un nido, un nido d’uccello grosso, c’era un po’ di volume lì. Non era una luce come una lampadina ma come una lanterna. . Di luci così a volte c’è il sole, a volte c’è la luna che picchia in un vetro e manda splendore, ma è una luce che si conosce, invece quella là andava, nei campi, attraversava anche la strada. Una volta andando a Mombaldone, lui saliva il rivass andando su dove i nostri vicini avevano la legna , io credevo che fossero i nostri vicini, ma quello lì è salito su come niente, andava tanto forte in salita quanto in pianura e l’altezza era sempre uguale. Poi ha girato, è sceso, veniva vicino a me e io avevo una pietra da tirargli ma avevo paura, non sapevo perché… Questo è successo a Menasco; gli altri l’hanno visto altri giorni, altre sere, sempre in quel periodo ln giro, l’hanno visto giù dal Bormida, l’hanno visto sopra dallo stradone, sempre in quella zona lì.

Poi un’altra, che dicono di non raccontare: io andavo a vegliare, andavo in giro in compagnia, arrivavo a casa di notte all’una , poi mangiavo. C’era un cassetto nel tavolo e c’era della roba dentro da mangiare, accendevo il lume perché allora non avevamo la luce elettrica, e sopra dormiva mio fratello, sopra si sente un tac, tan tan tan…,c’era una stanza di là, lui apre il lucchetto, ma non c'era nessuno. Avevo sentito come dei passi, pensavo fosse qualcuno di quelli che erano a dormire che veniva a vedere. Ho perfino battuto nel tavolo, ma non si è neanche rotto. Le porte non si chiudevano con la serratura, avevano un puntello così contro la porta, se c'era qualcuno come han fatto a uscire non so, dove sono andati nemmeno. Quando mio fratello ha acceso la luce nella stalla al mattino per pulire i buoi , come l’ha accesa ha preso uno schiaffo e non c’era nessuno. Questo è successo nello stesso periodo del "chiaro" e nella stessa zona, era nella semina del grano che ha preso lo schiaffo .

Sempre nella cascina a Menasco, che si passa da qui andando giù dove c’è quella segheria, abitavamo là; io e mio fratello Edoardo, quello che è morto, dormivamo nella stessa casa ma dalla parte di là. Una notte ci tirano via le coperte da addosso, ma noi eravamo svegli, non dicano che sognavamo perché uno solo può sognare, non tutti e due lo stesso sogno… Tira da una parte, tira dall’altra, andavano via le coperte da addosso. Eravamo svegli, di sicuro, perché quando sogni è diverso, il sogno lo vede sempre uno, non che due possano combinare un sogno solo. Non c’era nessuno, c’erano solo le coperte che andavano via. Secondo me era una fisica, un’invidia. Io ho idea che sia un’invidia, una fisica forte, che siano magari quelli deboli che la sentono, e la patiscono, quelli che hanno più paura, magari che gli faccia effetto. Si pensava che qualcuno più forte, mentalmente più forte, agisse negativamente influenzando delle persone più deboli che subivano queste cose, che però non è che non si vedessero, erano create apposta da qualcuno. O da qualcosa. Si formavano anche delle bestie, si formavano anche diversamente, allora si formavano veramente. A Garbavoli c’era una capra… tua nonna Santina lei lo sa perché andava a portare le bestie al pascolo anche lei, lei lo sa, non è che lo dica io…la capra più bella che avevamo noi , la capra più buona che era pronta ad avere i piccoli, se passava da quella casa là pativa, la capra non voleva più andare avanti di lì, addirittura si inginocchiava e non passava più, non è più passata di lì. Però mia madre diceva: "Non andate più di lì a portare le bestie al pascolo, andate dall’altra parte. Qualcosa sapeva, mia madre. Le altre capre andavano avanti, questa invece andava fino vicino a quella casa, poi non andava più avanti. E poi a questa capra i topi sono andati a fargli i buchi sul collo che si vedeva l’osso, e va be’, una sera le fanno un buco, l’altra sera le fanno un buco, buonanima di mia madre le ha fasciato il collo. Anche se era fasciato lo facevano di nuovo, buona fine che le hanno fatto cinque o sei buchi, la capra non stava più su da coricata. Poi c’era mio cognato Ernesto e diceva "Ma cosa ho da fare a questa capra?". Mio padre gli ha detto "La ammazzi e poi la sotterriamo prima che patisca troppo". E così ha fatto, ha fatto un bel buco, l’ha ammazzata e dopo che era sotterrata han sentito tutti che belava da sottoterra, l'hanno sentita tutti. Non è che lo dica io, ma tua nonna lo sa, andava dietro anche lei alle capre, vedeva che s’inginocchiava e non andava avanti perché c’era una fisica , c’era una potenza, c’era qualcosa. Masca vuol dire strega. Sapevamo chi erano, lo sapevamo, ma non potevamo dirglielo eh! A Spigno all’epoca, o forse prima del ’14, ci sono state alcune streghe bruciate da gente che non ne poteva più, hanno bruciato diverse donne, poi avevano detto che il Papa le ha benedette, che le aveva tolto la potenza, e che non bisognava più bruciarle. D’ogni modo adesso no eh, ma parliamo di 70-80 anni fa. Non capitava solo a me, anche agli altri, qualcosa vedevano tutti, avevano quella potenza lì ‘ste streghe. Ai Gherbè , quando siamo andati ad abitare noi, i vicini ci avevano detto: "Quando pulite il porcile non lasciate uscire il maiale e andare da quella parte, che se va di lì muore. Noi non ci credevamo, il maiale era uscito, era andato là ed era morto subito. Tutti gli anni, tutti gli anni, se mollavano di là il maiale moriva, tutte le volte. Si allontanava un po’, a volte lo vedevano, allora faceva 50 metri, 100 metri, e il maiale moriva, andava verso quella casa là, da quella casa là a noi ci saranno stati 100 metri… non c’era niente da fare. Sempre lì ai Gherbè mio fratello Secondino era arrivato una notte tardi per andare a dormire c’è una scala, per salire, lui sale la scala, sempre a quei tempi là, saliva la scala per andare di sopra, dice che gli è venuto incontro un ribatòn ,come qualcosa di grosso che rotola... non ha capito cos’era, si sente rovesciare, sente paura, e al fondo aveva sprangato la porta, non poteva andare via, (ma) in casa non c’era nessuno. E queste cose strane, queste potenze, si formavano e disfavano, io non so come sia. Un po’ più tardi , un po’ prima della seconda guerra, dormivamo, ma io ero sveglio, e poi avevamo Ivana piccola, mi sembra, eravamo svegli, e vicino alla porta bussano dieci o dodici volte, ma forte, che io volevo saltare giù a prendere la rivoltella; ma prendo la rivoltella, vado là, apro la porta, in sostanza che non ho trovato nessuno. Ma la porta l’hanno picchiata eh, non che sia stato un gatto, la porta l’hanno picchiata. E io ho aperto, se c’era qualcuno gli sparavo. Non c’era nessuno. Intanto facevano paura. Tutte robe che allora c’eravamo dentro, uno diceva, l’altro diceva… Io dico la verità: da dopo che eravamo lì a Menasco, di notte, andare a dormire, andare, tornare a casa, avevo paura, e fuori no, fuori in qualunque posto andavo io non avevo paura; quando arrivavo a casa avevo paura, andavo lo stesso eh, però avevo paura perché all’aperto ci vedi, mentre in casa si poteva nascondere qualche pericolo). Si, c’erano i furbi, c’erano i trucchetti, che facevano per farti paura. Ma era un brutto vivere eh allora!, perché se uno ha un po’ d’invidia va lì a farti paura di notte… Fare paura è un conto, perché andavano anche a far paura delle volte, magari andavano ad accendere una luce, vuotavano delle zucche e poi ci mettevano una luce dentro. Erano scherzi, però si capivano, si capiva che era uno scherzo che avevano fatto. Ma diversamente, quello che non capivi… era brutto. Io quella faccenda lì del "chiaro"… ti viene incontro, si spegne, poi ti viene incontro, faceva un po’ d’ombra, questo chiaro faceva luce, dentro c’era un affare un po’ più scuro, persone non erano. Io non ho potuto capire niente, solo tanta paura. A raccontarle adesso i giovani non possono credere, dicono "Raccontano delle balle", ma sua nonna può dirlo, sua nonna qualcosa l’ha visto e può dirlo. Sua nonna ai Gherbè si ricorda, avevamo, di sopra… c’era il solaio, con i suoi legni e le sue travi , e un bel momento, in quel solaio lì, si sono incrociate tutte le travi, una girata di qui, una girata di là, e il solaio è andato all’aria. Poi l’hanno aggiustato, sono tornati a metterli a posto, ma chi è che è venuto ? Le travi erano a posto, il solaio era sano. Le abbiamo trovate così senza che nessuno le avesse toccate....

venerdì 30 ottobre 2009

Poto, ritorna, 'sta casa aspiett' a te!


E' vero, niente è per sempre. Figuriamoci un blog. Un blog che non molto tempo fa festeggiava il suo millesimo post, ma il cui autore ha deciso di "mettere in sonno" a tempo indeterminato, per ragioni che ancora mi sfuggono ma che mi sorprendono in ogni caso. Si, lo so: a volte la disaffezione arriva improvvisa ed imprevista; e ciò che prima era un piacere o un'esigenza si trasforma di colpo in un obbligo o in un dovere sempre più faticoso. A volte viene meno la voglia di parlare di sè, come se quanto sembrava condivisione della propria esistenza viene vissuto sempre più come un inverecondo esibizionismo. A volte, semplicemente, sembra che chiudere le finestre aperte sul mondo, lasciando solo pochi e ben controllati pertugi, sia la soluzione migliore per resistere alle fatiche dei nostri cuori. Manzonianamente, nui chiniam la fronte al massimo fattor che come certe mamme esasperate grida alla propria creatura: "Io ti ho fatto, e io ti disfo!". Ma sempre manzonianamente, per quel che mi riguarda, mi sento percosso e attonito alla feral notizia. Mi mancherà quel blog leggero ed elegante come un giardino all'inglese; mi mancherà il suo protagonista in chiaroscuro, fatto d'ombre e di luci; mi mancheranno le sue vicende, l' ironia velatamente malinconica nell'affrontarle, il florilegio di commenti a cui davano la stura.
Lo so, Poto è un personaggio letterario; o forse un alter ego dell'Autore; o forse una maschera.
Però mi ha dato tanto, attraverso le sue pagine ed i suoi racconti: mi ha regalato sorrisi, buonumore, riflessioni , incazzature, tristezze come un ottimo compagno di viaggio. Come un vero Amico. Mi pesa, e non poco, doverci rinunciare di colpo.
Nulla è per sempre, dicevamo: e Poto è talmente imprevedibile che magari prima o poi torna. Quindi mi auguro che il suo commiato preveda anche il suo saluto preferito: "Arrivedoir!".

martedì 27 ottobre 2009

Un po' di te


Stasera è arrivata, strisciando, la prima nebbia della stagione. Troppo sole di giorno, troppo caldo, troppa luce: e al primo intirizzirsi del crepuscolo ha cominciato a formarsi. Ora palpita pigramente nella vallata, indecisa se alzarsi verso la luna o rimanere strisciante ai piedi della collina. Non ho capito se è una minaccia o una carezza: so solo che anch'io mi sono sentito rabbrividire di colpo. E mi è venuta, improvvisa, una gran voglia di te. Di te che sei il mio passato, o il mio presente, o il mio futuro. Di te con cui ho scambiato i baci più dolci, o gli abbracci più teneri, o i sogni più irrealizzabili. Di te con cui mi sono riempito gli occhi, o il cuore, o l'anima. Di te che sei stato un po' della mia vita, o che lo sei, o che lo sarai. Di te che sei tanti volti, di te che sei un volto solo. Di te a cui ho detto troppo poco, o di te a cui ho detto troppo. E anche stasera non sarai qui. E io adesso ho come un brivido di freddo e di stanchezza. E domani avrò un giorno di più, e un altro po' di solitudine.

Diavolo rosso, dimentica la strada!
Vieni qui con noi a bere un'aranciata:
controluce tutto il tempo se ne va

No, niente aranciata. La solitudine va stemperata con il té; ed essendo costretto a stemperarla spesso, mi sono elaborato un mio personalissimo Cha-no-yu, convinto che
"colui che prepara e beve il tè in contemplazione si avvicina ad uno stadio di sublime serenità."
No, niente ceramiche raku, niente tokonoma, niente kakemono: solo le quattro regole fondamentali fissate da Sen No Rikyu: Armonia, Rispetto, Purezza e Tranquillità. Il tè lo scelgo nero e forte: un Darjeeling dall'aroma muschiato, o un Assam più deciso e pungente. Lo preparo secondo i precetti di Lu Yu, con una lunga infusione che estraendo al massimo i tannini neutralizza l'effetto eccitante, e dà alla bevanda una ruvidezza virilmente affettuosa. Sempre e soltanto di notte, quando le cose, i ricordi e i desideri riacquistano la loro dignità. Medito un po', ma non tanto. La miglior meditazione, in quei momenti, è concentrarmi sui gesti, sulle sensazioni primarie ed intense pur nella loro modestia. E ogni assenza si fa tollerabile, ogni "tu" diventa "io e te". Io ed il tè.




domenica 25 ottobre 2009

Picà a le tende


Stanotte ho sognato Poto. Con oratoria rotonda, humor e consumata perizia da conferenziere stava tenendo una lectio magistralis in una sorta d'aula universitaria ad anfiteatro. Vestito con elegante semplicità, andava indicando delle parole scritte alla lavagna con una lunga bacchetta da maestro d'altri tempi. Sfoggiava un'invidiabile abbronzatura, e io, un po' indispettito, pensavo: "E insiste con 'ste lampade. Possibile non riesca a capire che alla lunga fanno male alla pelle? ". Ma questa è un'altra storia.
La ragione del sognarlo in panni autorevolmente professorali credo risieda nell'avermi insegnato di recente una sapida espressione nell'idioma di Potocity: "picarse a le tende". Letteralmente, appendersi, aggrapparsi alle medesime. In senso lato, dare sfogo al proprio disagio interiore in modo platealmente melodrammatico, come una diva del cinema muto o un'eroina di Pitigrilli. Riscuotendo, si, un moto di immediata partecipazione, ma risultando dopo un po' stucchevolmente eccessivi e larvatamente ridicoli.
Ecco, siccome di questi tempi la tendenza a picarme a le tende mi assale spesso per tutta una serie di motivi che non sto ad enumerare, la lectio del professor Poto capita quanto mai a fagiolo. E ne farò tesoro. Le tende non vanno bene come sostegno al proprio spleen, e men che meno come puntello ai momenti di disperazione, che in tal modo rischierebbero di scivolare lungo la china dell'artificioso e del letterario. Semmai, usate con discrezione, aprendole e chiudendole nei momenti opportuni, possono essere utili nel gioco del "ti vedo-non ti vedo" schermando gli eccessi e rivelando la sostanza nel modo che possiamo ritenere più opportuno. Un po' come fa l'assertivo soggetto della diapositiva, qui sopra.

venerdì 23 ottobre 2009

Gli antenati


Nino, il mio nipotino di sei anni, si è beccato l'influenza ed è stato portato in quarantena dai nonni.
Ho così avuto modo di carpire questo interessante dialoghetto morale.

Nino, disegnando: "Nonna, ma il bisnonno Giovanni era un mio antenato?"
Nonna, concentratissima sul suo imperdibile Sentieri: "Beh si, in un certo senso si può dire che fosse un tuo antenato, si".
Nino, dopo una lunga riflessione: " Nonna, ma il bisnonno Giovanni era una scimmia?"
Nonna, sbalordita: "Ehhhh? Ma cosa dici? Cosa ti salta in mente?"
Nino, quasi scusandosi: " Ma... il maestro ha detto che i nostri antenati erano scimmie..."
Nonna, sollevata: " Ma no, scemetto! Le scimmie erano nostri antenati tantissimo tempo fa. Milioni e milioni d'anni fa!"
Nino, dopo un'altra pausa e come parlando con se stesso: "Ah. Allora il bisnonno Giovanni doveva essere un... un...lupitecus".
Nonna: " Ma come parli?"
Nino: "Un lupitecus! Il maestro ha detto che erano i nostri antenati venuti dopo".
Nonna, trattenendo a stento le risate: "Guarda, il bisnonno Giovanni era normalissimo".
Nino, continuando assorto il suo disegno: " Mi sarebbe piaciuto giocarci".

domenica 18 ottobre 2009

Lettere minatorie


Ci hanno aperto i tiggì della sera, con tanto di faccette compunte e preoccupate degli speaker.
Sono fioccate le attestazioni di solidarietà da parte delle forze politiche e della Magistratura tutta.
Non sono mancati editoriali indignati ed articolesse pensose sui sempre più allarmanti segnali che lasciano presagire il rischio di una deriva terroristica, e che ovviamente accusano la Sinistra di aver "esasperato i toni della civile dialettica fra le parti".
Ma leggerla prima, la lettera delle Brigate Rivoluzionarie per il Comunismo Combattente-Sezione Giustizia e Rivoluzione ?
Bastavano frasi come
" Ai compagni del sud-italia dove avete un doppio nemico, non vi preoccupate questa volta la lotta s’intensificherà in tutto il paese. Signor Presidente Napolitano a lei non abbiamo nulla da dirle se non quello di fare lo stesso appello a colui che dirige la stanza dei bottoni per evitare stragi di civili inermi (e non certo da parte nostra)."

o come:

"Al Dottor Bertolaso vogliamo rassicurarlo che da parte nostra, non saranno toccate nei combattimenti le zone della provincia dell’aquila e di Messina e tutte quelle dove ci saranno zone ad allarme ambientale."
o ancora:
"Presidente Obama questa lettera è anche per lei. Non intervenite questa volta perché ce la caveremo da soli. Per quanto riguarda le basi Nato, se i suoi soldati le lasceranno liberamente, non sarà fatto loro alcun male ma sarà dato loro un lascia-passare per la Svizzera."

per capire al di là di ogni ragionevole dubbio che gli autori della missiva non possono essere che loro: i terribili fratelli Capone che il filmato d'apertura ritrae intenti alla loro attività criminosa.

A conferma di ciò riporto il testo di un'altra loro lettera, dove il confronto stilistico, lessicale e grammaticale li inchioda senza incertezze:

"Signorina,

veniamo noi con questa mia adirvi che scusate se sono poche ma 700 mila lire; a noi ci fanno specie che questanno c’e’ stata una grande moria delle vacche come voi ben sapete.: questa moneta servono a che voi vi consolate dei dispiacere che avreta perche’ dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimi di persona vi mandano questo perche’ il giovanotto e’ uno studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioe’ sul collo.;.;

salutandovi indistintamente

i fratelli Capone (che siamo noi)

Senza nulla a pretendere"

Resta un'ultima domanda da porci: come diceva Gene Gnocchi, " A chi giova tutto ciò? Cui proGest?"


venerdì 16 ottobre 2009

Marginalia


1) Devo molto a Malvino, per diversi motivi. Sopratutto per il suo cascarmi sempre a fagiolo. Come oggi, con la segnalazione di questo bel passo di Elias Canetti:

«Calmarmi è forse la ragione fondamentale per cui tengo un diario. Si stenta a credere quanto la frase scritta calmi e domi l'uomo. La frase è sempre un Altro rispetto a colui che la scrive. Gli sta dinanzi come qualcosa di estraneo, una subitanea, solida muraglia, di là dalla quale non si può saltare. Si potrebbe forse aggirarla; ma prima ancora che si sia giunti dall'altra parte, ecco sorgere ad angolo acuto con essa una nuova muraglia, una nuova frase, non meno estranea, non meno solida e alta, che essa pure alletta affinché la si aggiri. Gradualmente viene componendosi un labirinto, in cui chi l'ha costruito si orienta a stento. Girando e rigirando, egli si calma».

Si, devo girare e rigirare anch'io nel mio labirinto da cui non riesco ad uscire. Senza fretta, cercando di calmarmi. Del resto era stato per questo che avevo aperto il blog, a suo tempo: per dare un po' di voce ed un po' di libertà al Me stesso che di solito tratto così male. Poi l'altro io, il tetragono caporale subalpino e pistapauta che ritiene vergognosa ed infamante ogni manifestazione di smarrimento o di fragilità ha cercato di riprendere il controllo della situazione. Lui pensa sempre a cosa dirà la gente, sibila che " lamentarsi non sta bene", teme le brutte figure, paventa lo scherno camuffato da commiserazione. L'Altro però non ce la fa più, ed ha bisogno, almeno, di nuove muraglie e di nuove frasi da cui farsi allettare.

2) Ogni fine è diversa da un'altra, ma tutte, in sostanza, assomigliano ad un naufragio fra i marosi di una tempesta notturna. E' il giorno dopo che è sempre uguale, quando ti svegli spossato e ferito sulla spiaggia. E il mare è una tavola, e il sole è un bacio, e il vento è una carezza, e tu che di colpo non hai più niente, che sei solo e abbandonato su un'isola deserta, che non sai se e quando potrai cavartela, ecco: tu ti senti preso per il culo alla grande.

3) Rapunzel pare abbia deciso di tagliare le trecce. Non so se è vero, ma in ogni caso non si affaccia più alla finestra della torre.

4) Mi sto lasciando un po' andare. Inselvatichisco. Poco fa mi sono reso conto che non mi faccio la barba da Sabato scorso. Da un po' di tempo in qua faccio fatica ad alzarmi, al mattino. Troppa fatica: e non è un buon segno. Non sorrido da giorni, al punto da sentire i muscoli facciali anchilosati. Nemmeno questo è un buon segno.

5) Stamattina mio nipotino ha imparato a leggere, e fiero ed orgoglioso stasera a cena ha voluto darmi un saggio della sua bravura. Ha afferrato il giornale, ha scelto un titolo ed ha sillabato trionfante: "Be-r-lu-sco-ni- Bos-si!" Non ne verremo più fuori.

6) Sempre stamattina ad un amico che mi chiedeva cosa sto facendo di bello, ho risposto: "Mi preparo ad un Inverno che si annuncia molto, molto lungo" . "Beh, capirai- mi ha risposto- giralo come vuoi, ma l'inverno dura comunque tre mesi". Il mio bicchiere è sempre mezzo vuoto, lo so: ma parlavamo di Inverni diversi.

7) Alcuni giorni fa si è intasato il collettore generale degli scarichi domestici. Mi ci sono volute quasi tre ore per stasarlo, migliaia di bestemmie, diversi cambi d'abito e molte docce. Ma ci sono riuscito, sentendomi abbastanza fiero di me stesso. Ho pertanto deciso di sostituire il mio profilo sul sito di Eliana Monti: basta voli pindarici, provo a buttarmi sul pratico: "Serio, onesto, ottimo cuoco, abile muratore, apprezzabile idraulico, provetto imbianchino, all'occorrenza discreto falegname, piastrellista, elettricista, arrotino ed ombrellaio, relazionerebbe serio e onesto min 19, max 69, richiesta autonoma facoltà respiratoria."

lunedì 12 ottobre 2009

Schifoso


Credo nel dialogo, nella discussione e nel confronto. Pur accalorandomi all'eccesso in difesa delle mie idee non ho mai disprezzato chi non la pensa come me, anzi, cerco sempre di capirne le ragioni, pronto a riconsiderare le mie quando è il caso. Ma essendo impulsivo e passionale, vado fuori di testa davanti alle calunnie aberranti e crudeli astutamente travestite da pensose e sagge opinioni, e propalate in nome della libertà d'espressione. Vado fuori di testa quando verità cristalline e semplici vengono combattute con il veleno delle menzogne melliflue e capziose, dei sillogismi grossolanamente corrotti e corruttori. Lo ritengo un comportamento schifoso, rivoltante ed indegno soprattutto quando viene messo in atto per ribaltare la realtà; per trasformare, ad esempio, i perseguitati in persecutori, o le persone perbene in mostri di abiezione. Sono annichilito, ad esempio, a leggere questa cosa tremenda, che andrebbe contestata e demolita punto per punto, parola per parola; ma io per la nausea e per lo schifo e per la rabbia non riesco a farlo.

Aggiornamento: lo choc provato ieri per il primo articolo mi ha impedito di notare quest'altra perla, che in qualche modo ne è la diretta ispiratrice. Nella versione on line risulta firmata da Mara Carfagna, ma in realtà è parto di Renato Farina, l'ineffabile omino di burro della stampa italiana noto anche come "Betulla".

Que reste-t-il II







Noto con OVVOVE come alcuni capisaldi a cui è abbarbicato il romanticismo che la mia generazione ha creduto a torto o a ragione di praticare, non solo non sono affatto condivisi dai marmocchi mocciosi delle più recenti, ma ne risultano bellamente ignorati e sbertucciati. Al punto che un marmocchio moccioso arriva a chiedersi se il "Que reste-t-il" riportato nel post precedente l'abbia per caso scritto io. Ma si può? No, dico: ma si può? Oltretutto è una canzone talmente famosa che non posso nemmeno tentare di bullarmela per far colpo sul predetto, magari dicendo " Tu vois, mon petit chou, a tempo perso mi diverto a schiccherare qualche lirica in francese. Ma robetta, eh?".
Sarei sgamato subito, e giustamente, sacrosantemente messo alla berlina.
E allora si sappia che il testo è di una celeberrima canzone di Charles Trenet, a sua volta celeberrimo chansonnier e paroliere francese che calcò le scene dal 1930 fino a poco più di un decennio fa. Di tutti i suoi innumerevoli successi, " Que reste-t-il" è uno dei più celebri e celebrati. Anche se pochi sanno si tratti di una canzone a tematica gay, che l'autore, gay lui stesso, dedicò alla malinconia dei tanti, dei troppi amori sbocciati fra uomini e rivelatisi presto o tardi impossibili.
Delle tante versioni esistenti, propongo quella di Dalida sapendo di fare cosa gradita al mio Canarino.

sabato 10 ottobre 2009

Que reste-t-il

Ce soir le vent qui frappe à ma porte
Me parle des amours mortes
Devant le feu qui s' éteint
Ce soir c'est une chanson d' automne
Dans la maison qui frissonne
Et je pense aux jours lointains

Que reste-t-il de nos amours
Que reste-t-il de ces beaux jours
Une photo, vieille photo
De ma jeunesse
Que reste-t-il des billets doux
Des mois d' avril, des rendez-vous
Un souvenir qui me poursuit
Sans cesse

Bonheur fané, cheveux au vent
Baisers volés, reves mouvants
Que reste-t-il de tout cela
Dites-le-moi

Un petit village, un vieux clocher
Un paysage si bien caché
Et dans un nuage le cher visage
De mon passé

Les mots les mots tendres qu'on murmure
Les caresses les plus pures
Les serments au fond des bois
Les fleurs qu'on retrouve dans un livre
Dont le parfum vous enivre
Se sont envolés pourquoi?



Stasera il vento che bussa alla mia porta mi parla degli amori morti, davanti al fuoco che si spegne.

Stasera è una canzone d'autunno nella casa che rabbrividisce, e io penso ai giorni lontani.
Che cosa resta dei nostri amori? che cosa resta di quei bei giorni? Una foto, una vecchia foto della mia giovinezza.
Che cosa resta dei dolci messaggi, dei mesi di Aprile, degli appuntamenti? Un ricordo che mi tormenta senza sosta.
Felicità leggera, capelli al vento, baci rubati, sogni in crescendo: che cosa resta di tutto questo, ditemelo.
Un piccolo villaggio, un vecchio campanile, un paesaggio nascosto; e in una nuvola un viso caro del mio passato.
Le parole, le parole dolci che si sussurrano, le carezze più pure, i rami al fondo dei boschi, i fiori che si ritrovano in un libro, il cui profumo ancora inebria, se ne sono andati
perché?

martedì 6 ottobre 2009

Tanto di me


L'amico Marco mi conosce così bene, e conosce così bene le mie peripezie antiche e recenti, che non ho dubbi abbia pensato anche a me e alla mia storia quando ha scritto questo pezzo che rubo al suo blog e riproduco qui integralmente.

"Ci sono delle persone che sono capaci di un grande amore, ma questo amore non gli è dato manifestarlo perché, secondo l’opinione dei più, sarebbe indirizzato dalla parte sbagliata. Sarebbero dei compagni ideali per chi avesse avuto la fortuna di condividere con loro la vita; e sarebbero loro stessi felici e fortunati. Magari avrebbero potuto costruire insieme una vita, un lavoro, i viaggi, un’organizzazione anche economica e produttiva. una famiglia. Fosse andata in quel modo, sarebbero stati persone realizzate, più di tanti che, etero, legalizzati, accettati, sono però incapaci, alla prova dei fatti, di compiere il loro ruolo. Purtroppo però questa unione è resa impossibile, e questo amore viene sprecato, per il solo e semplice fatto che con un uomo non si può.

questo problema, questo dramma riguarda tutti noi, indipendentemente dalle situazioni personali: riguarda le possibilità negate, riguarda il diritto fondamentale a provarci, e vivere una vita di coppia, che agli etero è concessa e a noi no, nella stragrande maggioranza dei casi. E solo per un dettaglio: l’oggetto dell’amore, amore di cui ci si riempie la bocca quando è fatto come la maggioranza comanda, ma che è prontamente negato quando è tra due uomini o tra due donne. Un aspetto che nemmeno li riguarda questi censori in maschera, ma che vorrebbero sradicare come una mala pianta, come la degenerazione di ciò che senza contraddittorio considerano l’unica forma dell’amore vero. Senza chiedersi nulla, senza capire, e confondendo le idee a chi gli dà ascolto, come se poi anche tra noi non ci fossero (e sono tanti!) amori veri, profondi, e duraturi.

Siamo tutti coinvolti: anche fosse uno solo ad essere in questa situazione, sarebbe necessario lottare."

Certo, per quanto mi riguarda non posso addossare tutte le colpe al destino cinico e baro, o alla società cattiva ed insensibile, o al governo ladro: anzi, me ne guardo bene. Sono sempre stato abituato a confrontarmi con le mie responsabilità, e col tempo ho maturato nei confronti di me stesso un atteggiamento arcigno ed intransigente fino alla spietatezza. Ma devo anche ammettere che il microcosmo in cui scelsi di trascorrere la mia esistenza era ed è il meno favorevole alla realizzazione anche parziale dei miei sogni. Così c'è tanto di me, nello scritto di Marco: soprattutto nell'ucronia di ciò che avrei potuto essere, e che non sono; di chi avrebbe potuto essere parte di me stesso, e non lo è. Soprattutto nel profumo di felicità sognate e mai realmente possedute. Ma c'è dentro anche la storia di tutti, davanti alla quale il mio privato si confonde e si impasta con quello di tanti, di troppi altri. Anche per questo Leviatano irrisolto sarebbe necessario lottare.


domenica 4 ottobre 2009

Sei bravo, dottore.



Che poi alle volte basta davvero poco per tirarsi su. Magari l'intervento di un terapeuta che lavora anche la Domenica sera. Uno bravo, insomma.

sabato 3 ottobre 2009

Sabato




Vorrei solo dare un senso a questo vuoto che mi affligge da un po', visto che sembra proprio non riesca a riempirlo.
Se non riesco a dargli un senso ho paura che mi sconfigga.
Fra poco arrivano l'ammmerigani, e domani i crucchi. Mi sentirò un vecchio disco rotto. Il Sabato del villaggio.

venerdì 2 ottobre 2009

Le regole di Dioniso


Nel commento di un post precedente, SkarM si chiede: "chissa cosa ne esce fuori da una serata all together con tante belle bottiglie di buon vinello . Come si suol dire: "In vino veritas!".
La risposta la diede Dioniso stesso, quello che noi latini chiamiamo Bacco, circa duemilacinquecento anni fa per bocca del commediografo Eubulo.

"Tre coppe di vino, non di più, stabilisco per i bevitori assennati.

La prima per la salute di chi beve.

La seconda per risvegliare l'amore ed il piacere.

La terza per invitare il sonno.

Bevuta quest'ultima, il saggio se ne torna a casa.

La quarta non è più nostra, è fuori misura.

La quinta urla.

La sesta significa schiamazzi.

La settima, occhi pesti.

L'ottava, arrivano gli sbirri.

Nove, sale la bile.

Dieci: si è perso il senno, e si diventa bestie. "

(Va detto ad onor del vero che la coppa dell'epoca conteneva quasi mezzo litro di vino. Quindi, quando capiterà di venerare Dioniso all togheter, possiamo scolarci un paio di bottiglie a testa senza paura di essere radiati dal novero dei saggi bevitori!)