martedì 8 marzo 2011

Insalata russa




Ci sono periodi in cui quer pasticciaccio brutto che è la mia vita mi sembra ancora più brutto del solito. Siccome non posso fare praticamente niente per cambiarla, mi dà molto fastidio lamentarmene con gli altri. E mi dà fastidio parlarne, nel timore che, facendolo, le ferite inopinatamente riaperte e di nuovo suppuranti diventino ancora più dolorose. Così mi nascondo, mi nascondo un po' a tutto quel che mi definisce; come se, negandomi al mondo, riuscissi a fuggire dal me stesso che odio. Non è saggio, non è sano: è pavloviano.
Sono rientrato dalla Francia giusto una settimana fa, e sia pure obtorto collo ho dovuto subito vedermela con the Big One, il cataclismatico raffreddore-più-forte-dell'anno, che non so bene se attribuire alla malefica e diaccia pioggerella lorenese o alle conseguenze psicosomatiche delle mie miserie interiori. Tant'è. Oggi, dopo una settimana, ho ripreso il furgone per una consegna in Liguria. Dopo qualche decina di chilometri, quando il riscaldamento è andato in pieno regime, ho cominciato ad avvertire un fetorino non particolarmente intenso ma pungente. Una puzzetta leggera di decomposizione, a metà strada tra il topo morto ed i liquami della fossa biologica. Cos'è, cosa non è, al primo autogrill mi fermo per l'ispezione. Nessuna cadavere; solo, dietro al sedile, era rimasta per un'intera settimana la borsa con i resti delle vettovaglie che durante il lungo viaggio oltralpe dovevano servire ad affrancarmi dai tristi e costosissimi sandwiches preconfezionati degli autogrill francesi. E i due panini superstiti, copiosamente farciti di insalata russa casalinga e ben protetti dal Domopack, in una settimana avevano dato vita ad una civiltà molto progredita e tecnologicamente avanzata, al punto da dover sopportare i problemi di polluzione atmosferica e di inquinamento ambientale tipici di ogni incontrollato boom demografico. Buttando ogni cosa nel cassonetto, non pensavo tanto al fatto che stavo distruggendo sul nascere una civiltà in grado di colonizzare l'intero pianeta, quanto ai drammatici pericoli insiti nella mia crescente perdita di contatto con la realtà. E chi ritenesse eccessivo tanto arrovellamento per due panini dimenticati, è solo perché non ha mai assaggiato l'insalata russa che fa mia madre.
Questa sera ho festeggiato la fine del Carnevale con un manzo incredibile. Oddio, avrei preferito andare al concerto, praticamente dietro l'angolo, di una cantante nana, australiana e con un corpo strepitoso (corpo di ballo, intendo); ma siccome ero a Genova, e la nana a Milano, ho dovuto accontentarmi della costata ai ferri. L'ultima, che domani riparto con la Quaresima pre-tridentina, e chi s'è visto s'è visto: addio ciccia, addio salciccia, addio caci e scamorze.
Magari la santa astinenza e la mortificazione della carne mi snebbieranno il cervello, hai visto mai.
Una cosa è certa: se mi sono perso, è ora che cominci a darmi da fare per ritrovarmi, perché così non si va avanti.
Così ho deciso di unire ai supplizi corporali anche un ferreo regime spirituale: per tutta la durata della Quaresima mi costringerò a vergare almeno un post al giorno, con la sola ed ovvia eccezione delle trasferte extra moenia. Ogni giorno mi costringerò a coltivare la parte più vera di me, anche soltanto regalandole un pensiero, visto che, come dicono tutti ,"quello che conta è il pensiero!".
Memento omo, quia pulvis es et in pulverem reverteris.





sabato 19 febbraio 2011

Le dit du singe






Cy se replique en italien le Dit du singe noté cy devant en francois



Noté ben tucc ista burgà:
gli usurer mangion la brigà,
ma son pur gli usuré ancour lour
mangià da y princi e superiour.

Princi dai preive son mangià
et putain mangion preive et frà;
Rufiayn apres mangion putain
et taverner mangion rufiayn.

Cativ pagau pos au derrer
son coi chi mangion i taverner,
et pos saran i cativ pagau
mangià day sbirry, et pellucau.

E i sbirry enfin mangià dai pioeuj
e i pioeuj dal sumie, si ch'a l'euj
qui se deschiaira pr'y nosg vers

che sia per long o per travers
al mond ognun che mangia o rumia
passa infin pr'an del cul d'la sumia.










domenica 6 febbraio 2011

Impero basso



Non è una novità che l'Italia degli ultimi decenni assomigli sempre più all'impero romano della decadenza, con un ceto dirigente che si avvoltola protervo nel fango della corruzione, della dissolutezza e del vizio, e con un popolo che, lungi dal contrastarlo e dal richiamarlo all'ordine, in gran parte lo legittima adottandone con entusiasmo i suoi disvalori, le sue sordidezze e le sue nequizie, privo di altri slanci e altri ideali che non siano il soddisfacimento dei propri istinti più bassi e la tacitazione delle proprie più irrazionali paure.
Immobilizzato in casa da una fastidiosa influenza, in questi giorni sono andato a rileggermi gli Epigrammi di Marziale, che del " basso impero" romano fu uno dei più spietati e feroci fustigatori. Lo avevo letto tantissimi anni fa, e all'epoca mi sembrava una cosa impossibile che una società potesse ancora raggiungere simili livelli di degrado: ero giovane e ingenuo, e mi sbagliavo. A quei tempi lessi una versione edulcorata e purgata; solo molto più tardi scoprii il Marziale sboccato e pornografico, ed il mondo torbido e vischioso delle crapule e delle sfrenatezze sessuali sfacciatamente esibite, di cui, criticandole, se ne faceva inconsapevole cantore. Riporto alcuni epigrammi di argomento crudamente omosessuale, che andrebbero fatti leggere a chi rimpiange i bei tempi antichi quando "certe schifezze non esistevano"; e che dimostrano come da duemila anni a questa parte non si sia più inventato niente.
Tenete lontani i bambini!










Telesina per moglie non la voglio,
perché è puttana. Però la dà ai ragazzi.
Se ci sono i ragazzi, allora la voglio!

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Se alle terme, o Flacco, sentirai
un lungo applauso, sappi che in quel luogo
il cazzo di Marone ha fatto ingresso.

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Eri ricco, una volta, ed inculavi
i ragazzi; nè conoscesti donna per gran tempo.
Ora che un soldo non hai, vai con le vecchie.
E' la miseria, che ti fa chiavare.


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Vacerra, sei un bugiardo ed un infame
calunniatore; vivi di frodi e traffici;
succhi i cazzi e sei pure consulente
di teatro. E non hai soldi, e questo è strano.


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Vedi, o Deciano, quell'uomo
dai capelli arruffati,
del quale temi il sopracciglio severo,
che sempre cita gli eroici Curii
e i difensori Camilli?
L'austero suo aspetto non ti inganni:
ieri era donna.

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Sessanta ne hai, fra ragazzi e ragazze,
e un cazzo solo, e flaccido. Come farai?


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Al tuo amichetto fa male il cazzo
e a te il culo, o Nevolo.
Non sono un veggente, ma so il perché.


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Hai venduto, o Labieno, tre poderi.
Hai comprato, o Labieno, tre bei culi.
Ti inculi, o Labieno, tre poderi!

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E petto, e gambe, e braccia depilate,
o Labieno, tu offri alla tua amica, e tosi
senza pietà (lo sanno tutti, ormai)
il pelame al tuo cazzo circonciso.
Ma il culo ben rasato, a chi lo dai?

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A farti fare il culo tu ci godi,
Pàpilo, ma poi piangi. Ti lamenti
d'aver ciò che volevi, e il rimorso
dell'oscena voglia ti prende?
O invece non sei sazio, e perciò piangi?




Non ti biasimo per le notti che passi,
o Gauro, a ubriacarti: lo faceva anche Catone.
Per i versi che scrivi in sprezzo ad Apollo
ed alle Muse: imiti Cicerone.
E copi Antonio quando vomiti, e Apicio
ogni volta che ti riempi di cibo.
Ma quando succhi il cazzo, a chi ti ispiri?

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Nàsica il pazzo abbranca il servo di Eucto,
l'alienista, e se lo incula. Ma allora non è pazzo!

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Afro, duro fra i maschi, ha preso in moglie
il barbuto Callistrato, con rito uguale a quello
che ogni vergine lega al marito. Guizzarono torce,
era velata la sposa, a Talasso
s'elevarono gli inni. La dote
era già stabilita. Non ti sembra, o Roma,
che sia normale questa coppia?
O pretendi pure che ti faccia un figlio?








mercoledì 26 gennaio 2011

Il giorno della Memoria labile





"C'è un tempo per tutto, ogni cosa sotto il cielo ha il suo momento: un tempo per nascere e un tempo per morire; un tempo per piantare e un tempo per sradicare ; un tempo per uccidere e un tempo per salvare; un tempo per distruggere e un tempo per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere; un tempo per il cordoglio e un tempo per ballare;un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle; un tempo per abbracciare e un tempo per non farlo; un tempo per cercare e un tempo per perdere; un tempo per conservare e un tempo per buttar via; un tempo per strappare e un tempo per cucire; un tempo per tacere e un tempo per parlare"
Qoelet, 3: 1-2


A tutti quelli che furono distrutti perché erano come me. Ebrei. Rom e Sinti. Omosessuali. Oppositori politici. Disabili fisici e mentali. Testimoni di Geova.


«Lavoravamo nella cava di pietra in condizioni impossibili, sotto la minaccia costante dei fucili delle SS che ci sorvegliavano, delle urla e dei colpi dei capisquadra.
Gli incidenti e le ferite mortali erano quotidiani e non passava giorno senza che uno o più detenuti venissero uccisi.
Quasi ogni mattina […] il kapò riceveva dalle SS una lista con il numero dei detenuti che non dovevano rientrare. […]»

«Uno degli sport preferiti dai capisquadra era bastonare i detenuti mentre trainavano i vagoncini. In mezz’ora, dovevamo issarli per cinquecento metri e poi lasciarli tornare giù trattenendoli con tutte le nostre forze, perché il loro peso gli faceva prendere una velocità considerevole. Quando uno dei carrelli deragliava, il carrello seguente andava a schiantarsi contro i detenuti e provoca loro lesioni gravi.
Capitava spesso che un detenuto venisse trasportato in infermeria perché aveva avuto la gamba stritolata.
Una volta là, era definitivamente perduto: un medico delle SS gli faceva un’iniezione letale.»


« H.D., impiegato del commercio, nato nel 1915, è stato arrestato il 20 marzo 1938 quando si era recato illegalmente a Praga. […] Allo stesso tempo avevano arrestato un suo amico intimo, a cui avevano estorto una confessione. Fu quindi condannato a tre anni e mezzo di carcere per “delitto contro la morale”.
Scontata la pena, nel novembre del 1941 venne inviato nel campo di concentramento di Buchenwald.Ciò che l’impressionò prima di tutto al suo arrivo furono i cadaveri dei detenuti della compagnia di disciplina che erano stati gettati davanti alla porta come sacchi di grano.
Inoltre, quella sera, un giovane omosessuale si era impiccato e tutti continuavano tranquillamente a mangiare senza alcuna preoccupazione. […]

Il 4 gennaio 1942, venne inviato ad un laboratorio medico dove si effettuavano esperimenti sulla febbre orticaria e dove si utilizzavano di preferenza giovani omosessuali come cavie umane. H.D. resse bene alla malattia, anche se in seguito soffrì di problemi cardiaci […] »

«Nel frattempo, i nuovi arrivati omosessuali, condannati in base all’articolo 175, venivano rapidamente fucilati nel bunker.»

Testimonianza di Jaroslav Bartl, in "Internati omosessuali nel campo di concentramento di Buchenwald"



"Agli omosessuali erano spesso assegnati i lavori più estenuanti da fare nel campo e molti di loro morivano distrutti dalla fatica. Costretti a trasportare pesanti massi nelle cave molti di loro riportavano terribili infortuni.

Altri di questi lavori consistevano nello spostare quantità di pietre inutili per giorni e giorni da una parte all’altra del campo, con il solo scopo delle SS di eliminare lo “spirito omosessuale”.

A partire dal 1943 le SS avevano iniziato il “Programma di Sterminio attraverso il Lavoro Forzato” specificatamente progettato per condurre alla morte omosessuali e criminali.

"Durante la mattina dovevamo trasportare la neve fuori dal nostro blocco e spostarla dal lato sinistro a quello destro della strada.
Viceversa nel pomeriggio dovevamo trasportare di nuovo la stessa neve dal lato destro al lato sinistro della strada…

Dovevamo spalare la neve con le nostre mani, le nostre nude mani, senza alcun guanto di protezione. Lavoravamo a coppie…

… Questa tortura psichica e fisica durò sei giorni fino a che un nuovo “Triangolo Rosa” di prigionieri non fu assegnato al nostro blocco e prese il nostro posto.

Le nostre mani erano completamente spaccate e mezze congelate; eravamo diventati schiavi muti e insignificanti delle SS". ( testimonianza di Heinz Heger) .

I gay sono stati trattati con particolare disprezzo non solo dalle SS ma anche da molti degli altri detenuti che li consideravano come dei pervertiti degenerati.

La vita nei campi di concentramento era una vita solitaria che metteva a dura prova la resistenza psichica indipendentemente dal periodo di tempo trascorso.

Di fronte a tanto odio e degradazione non c’è da sorprendersi che molti si suicidassero correndo contro le recinzioni elettrificate anziché continuare a sopportare la persecuzione.

Nonostante l’ostilità di molti detenuti nei campi, alcuni Triangoli Rosa riuscirono comunque a integrarsi e ad aiutare gli altri.

Per esempio, Kitty Fisher, una detenuta ebrea deportata ad Auschwitz nel 1944 all’età di 16 anni, attribuisce a un detenuto dal Triangolo Rosa la sua sopravvivenza e quella di sua sorella.

Al suo arrivo al campo, un prigioniero che si trovava ad Auschwitz già dal 1940, la aiutò. La aiutava con il cibo e cercava di confortare lei e sua sorella dando loro speranza.

Prima di vederla per l’ultima volta, lui la indirizzò verso una grande selezione che in definitiva serviva per liquidare il campo.

Le disse di far finta di essere una tessitrice e di dire alle SS che lei e sua sorella erano addestrare.

Questo consiglio le salvò la vita: “Possa essere benedetta la sua memoria perché lui ha contribuito alla mia salvezza”.



Punizioni

Le pene per reati vari nei campi includevano il tree hanging, ovvero un palo alto con un gancio al quale venivano agganciate le mani ammanettate del detenuto dietro la schiena.

Il peso del corpo tirava le braccia verso l'alto con conseguente dolore lancinante delle spalle sotto lo sforzo. Le SS chiamavano questa punizione “la foresta cantante”. Il gay sopravvissuto Heinz Dörmer ricorda ancora “le urla e le grida disumane”.

“Per metà anno sono stato tenuto piegato… Le mie mani erano legate alle mie caviglie. Quando mi portavano il cibo, la ciotola era sul pavimento; loro lo versavano da sopra e questo si rovesciava per terra.

Io ho dovuto leccarlo con la lingua. Noi non potevamo uscire, perciò i nostri pantaloni erano sporchi.”, testimonianza di Paul Gerhard Vogel, sopravvissuto.

Un'altra punizione diffusa era l'horse: una panca di legno su cui la vittima veniva legata supina, gambe e braccia legate alle gambe, prima di essere colpito più volte con un oggetto contundente o una frusta.

Altre forme di punizione includevano lo stare in piedi per ore e ore o al calore del giorno o nel freddo della notte oppure strisciare più e più volte lungo il pavimento di cemento su gomiti e ginocchia.

Tutte queste punizioni venivano effettuate di fronte agli altri detenuti per l'umiliare il condannato.

“Due uomini delle SS hanno portato un ragazzo al centro della piazza… …Le SS lo spogliarono e infilarono la sua testa in un secchio.

Poco dopo questi aizzarono i loro feroci pastori tedeschi contro di lui: i cani da guardia prima morsero il suo inguine e le sue cosce e infine lo sbranarono proprio di fronte a noi.

Le sue grida di dolore erano distorte e amplificate dal dolore della sua testa intrappolata. Il mio corpo irrigidito vacillava, i miei occhi erano sgranati dal terrore, le lacrime scorrevano sulle mie guance e pregavo con tutto me stesso che quel dolore finisse in fretta.”
( testimonianza di Pierre Seel).
A volte le SS costringevano tutti i prigionieri a guardare le esecuzioni più atroci. Queste manifestazioni pubbliche di orribile violenza sarebbero state secondo loro un deterrente a qualsiasi pensiero di rivolta e avrebbero creato un clima di terrore e di solitudine.

In alcuni campi i triangoli rosa erano alloggiati insieme ad altri detenuti, ma a volte, come ad esempio a Sachsenhausen, speciali baracche vennero erette apposta per loro, al fine di segregarli.

In questi blocchi i triangoli rosa erano obbligati a dormire con le mani ben visibili al di fuori della sottile coperta per evitare qualsiasi contatto fisico con gli altri detenuti che condividevano la cuccetta.

La luce artificiale o anche il rumore degli altri detenuti rendeva poi più difficile prendere sonno per un lungo periodo di tempo.

“Chiunque fosse stato trovato con la sua biancheria sul letto o con la sua mano sotto la coperta (e i controlli erano effettuati quasi ogni notte) veniva preso e veniva bagnato con diverse ciotole di acqua fredda prima di essere lasciato fuori per almeno un’ora. Solo pochi riuscivano a sopravvivere a questo trattamento” (testimonianza di Heinz Heger )

Tratto da "Homocaust. The gay victims of the Holocaust" di Lewis Oswald






lunedì 24 gennaio 2011

Precipitazioni: assenti




Sono in convalescenza. Ho passato giorni difficili, e sto tentando di venirne fuori. Giorni di nebbia continua, che però qui sulle colline non è mai il coltrone ovattato e rassicurante come nelle pianure. Qualche raggio di sole la penetra con facilità, e senza riuscire a dissiparla la rende proteiforme, mobilissima, palpitante, viva e beffarda come un congresso di fantasmi.
In queste nebbie inquietanti mi sono incagliato, arenato più volte; ed ho faticato un po' troppo a ritrovare la strada. Ho picchiato la fronte e strisciato le spalle nei rami bassi della palude. Tutto scorticato ho fatto come Rambo e ho cercato di rammendarmi da solo, quando invece avrei dovuto chiedere l'aiuto di chi non me l'avrebbe negato di certo. Le mie solite cazzate.
Ma questa volta la colpa è dell'astrologo: crepasse davvero, una buona volta.
Ora, io non credo agli oroscopi, non ci credo per niente. Ma gli oroscopi credono in me; ci credono tantissimo. E, almeno nei miei confronti, ci chiappano sempre. Questa volta hanno detto che verso Aprile succederà qualcosa che mi cambierà la vita. Qualcosa di traumatico e doloroso: se riuscirò a combattere e a non soccombere, rinascerò; e comincerà per me un'età dell'oro in cui potrò godere di tutto quanto mi è mancato finora. Ora, non ci voleva l'astrologo per capire che se voglio ancora sperare qualcosa dalla vita devo radicalmente cambiare quella che sto facendo; ma finchè resto tra le nebbie maligne di collina il cambiamento è impossibile; e non bastano certo pochi giorni di sole o di pioggia per far finta che non esistano. Tutto sommato la catarsi potrebbe essere una soluzione drastica ma efficace. Ma conoscendomi mi chiedo se ce la farò. Magari potrei sostenerne l'urto, ma dopo? Quando, sopravvissuto, mi dovessi trovare a ricostruire tutto, ce la farei? E se la catarsi non ci fosse, continuerò a consumarmi un po' ogni giorno continuando ad annaspare nella nebbia fino alla fine?
Ecco, con simili pensieri ho trascorso queste settimane. Ed è stata dura. Ora va un po' meglio, le nebbie hanno concesso una tregua. Ma continuo a temere lo stillicidio del tempo, e vorrei già essere oltre . E' che sono stanco di guerre e di zuffe; sono stanco del pugno di mosche che ne ho ricavato, e che confermano non valesse affatto la pena affrontarle.




giovedì 30 dicembre 2010

AUGURI



C'è tempo per i bilanci, per i consuntivi e per i propositi. Adesso è tutto un po' sospeso, e va bene così. Indugio ancora, e guardo indietro un'ultima volta prima di varcare l'ennesima soglia senza ritorno. Vorrei non doverlo fare da solo, ma pazienza, si vede che proprio non è destino. O sono io che non sono all'altezza.
Vi porto con me tutti quanti, comunque. E tanti auguri di buon anno.
(Uffa, sì, lo so che la foto qui sopra cronologicamente non c'azzecca: però mi piace. E mi piacciono le cose dal gusto retro)

martedì 28 dicembre 2010

Orchestrina del mio cuor



"...si sta spogliando un'odalisca
è già da un'ora che lo fa
esasperante il suo languore aiuto l'orchestrina del mio cuor!
Ride la stella Aldebaran
ride e fa: to be to be to be or not to be!
Ride la stella ride e fa:
trallallà to be to be to be or not to be!
Ah, l'odalisca adesso è nuda
e muove i fianchi in qua e in là;
fuori le palme, e il vento suda
aria di pioggia e di infelicità.
Arriva un tipo di Milano
tutto nottambulo languor
mette la mancia sopra il piano
e chiede che si suoni ancora ancor;
sì, suona; sì suona ancora orchestrina,
che poi vedrai che se ne andrà.
Suonate "bella Madunina"
forza orchestrina del mio cuor!
Ma prima ancora che finisca
altro pensiero ha da pensare,
c'è da portare l'odalisca
a fare quattro passi in riva al mare;
lo vuol vedere mentre albeggia, esasperante è il suo languor
nel buio che c'ho una scorreggia
ah ah, brava orchestrina del mio cuor
!".


Ci somigliamo sempre di più, entrambi imbozzolati nelle nostre improbabili nostalgie, logore ma senza rimedio. Nessuno ce le prende più sul serio, ed entrambi per buona educazione facciamo finta di stare al gioco, cerchiamo di dissacrarle almeno un po', tanto per far vedere che tutto sommato si tira avanti lo stesso. L'odalisca culona e languida in fin dei conti ci dà fastidio, così come l'orchestrina impertinente: ci interesserebbe solo la stella Aldebaran, che però è sempre più lontana, sempre più irraggiungibile. Così trasciniamo tranquilli il nostro silenzioso e solitario cadere, un passo dopo l'altro, porgendo il braccio all'odalisca indolente davanti al mare livido prima dell'alba.

venerdì 24 dicembre 2010

Raining Xmas




Il Natale con la pioggia battente è cacofonico e stridulo come un gessetto sulla lavagna.
Anche quest'anno Gerusalemme rimane irraggiungibile. Malgrado tutto, riesco ancora ad illudermi che in questo giorno ci sia una dolcezza speciale; ma ancora una volta dovrò gustarla da solo. Anche quest'anno non potrò farlo col fidanzato Chenocè, con cui sognavo invece di imbozzolarmi in un nido tutto nostro fatto d'ovatta, di tenerezza e di baci, chiudendo per due giorni il mondo fuori dalla porta. Ma forse invece, a dispetto delle speranze, Chenoncè in queste ore avrebbe dovuto andare al cenone con gli anziani genitori, per dover filiale; e nonostante il Natale, o proprio per questo, avrebbero finito per litigare perché quelli non sopportano che il loro bambino si sia messo con un uomo; e soprattutto si sia messo con me.
Il bambino sarebbe tornato a casa scosso ed intrattabile. Domani avrebbe dormito fino a mezzogiorno, e una volta alzato avrebbe continuato a ciondolarmi per casa in quell'orribile pigiamone di flanella marroncina, grugnendo, scatarrando e grattandosi mentre cercavo di arrabattare pranzo con i surgelati del Conad. No no, meglio evitare. Meglio il Natale festoso e gioioso che sogno con tutti gli amici del cuore, ma proprio tutti: quelli elencati un anno fa e altri che in seguito si sono aggiunti.
Però, momento. Siamo sicuri che andrebbe tutto bene? Il Natale è una festa insidiosa e rischiosa, basta un niente perché piccole tensioni, malumori da nulla o innocenti fraintendimenti esplodano trasformandosi in catastrofe, in catarsi, in ecpirosi.
Metti caso, l'amico che mi aiuta a sbucciare i piselli sibila: "Guardalo là, quella zoccola: noi qui a sgobbare e quello sprofondato in poltrona a darsi lo smalto alle unghie"; ma non sibila abbastanza sottovoce, quello là sente e prima son borsettate, poi scoppia il putiferio.
E poi il fidanzato dolente e disperato per la separazione dopo quindici anni di convivenza; e quell'altro che, furente, mi tira nel ripostiglio e mi fa una scenata dicendo: "Ma hai invitato anche Lui? Ma allora sei stronzo davvero, lo sai che non lo voglio vedere più nemmeno dipinto!". E il timido spaesato che non lega, e l'espansivo che diventa troppo espansivo, e quello che esagera col bere e dà in escandescenze, e l'altro che va fuori al freddo a fumare, si becca la congestione e dopo un po' dà di stomaco sulla tovaglia di Fiandra e sul centrotavola di pungitopo e di vischio. Oddio, magari non succederebbe, o succederebbe solo in parte: ma insomma, il rischio c'è; e quindi il fatto che Gerusalemme sia così lontana non sempre va preso come una disgrazia.
Mah, in attesa dell'imbarco sulla nave Exodus , per dare un senso al mio Natale mi riciclo in nonna Papera. Del resto l'età è quella giusta, il colore dei capelli anche, e non mi mancano i grembiulini pieni di ruches, nè una certa abilità culinaria. Manca Ciccio, purtroppo, ma al suo posto potrò contare sull'aiuto della signorina Rottermaier; che oltretutto quel ragazzo è tanto buono, ma in cucina è un vero disastro. E così, egoisticamente, ci guadagno nel cambio.
Perché l'impegno non è dei più leggeri, soprattutto per una papera anziana come me: dovrò cucinare per ventun commensali! Alla solita famiglia già estesa di suo, quest'anno si è aggiunto un nutrito gruppo di suocere, consuocere, zie e prozie tutte vedove, tutte altrimenti destinate alla solitudine e tutte indomite ed arzille. Si sa, le ragazze càmpano di più dei maschietti, e quasi sempre càmpano meglio e con maggiore allegria: e il nutrito gruppo di cui sopra ne è la prova provata. E siccome alcune di loro si piccano di essere brave cuoche, dovrò dare il massimo.
Intanto fra ieri ed oggi mi sono portato avanti col lavoro, anche se il rush finale sarà davvero difficile; ma insomma, dovrei farcela. E intanto posso prendermi una pausa e mandare gli auguri Urbi et Orbi da qui, a tutte le persone cui voglio bene e che non elenco per paura di dimenticarne qualcuna.
Natale è la festa della Luce che torna a crescere: ed il bello è che non si direbbe, perché sembra dominare la Tenebra; Natale è la certezza che questa, prima o poi, sarà sconfitta. E ogni albero di Natale diventa l'Arbor Vitae dei cabalisti, da cui pendono le Sefirot della Luce non creata, della Potenza dello Spirito divino.
Ecco, proprio oggi, mentre sgusciavo i gamberi, mi sono reso conto che nel mio, di Arbor Vitae, ho la fortuna di avere molte luci; e se qualcuna si è affievolita fin quasi a spegnersi, se qualcun'altra sembra lo stia facendo, ce ne sono altre ancora che di recente si sono accese; o che si sono di colpo ravvivate di un imprevisto splendore. Ma tutte insieme fanno un effetto magnifico.
Almeno questa sera non voglio cedere alla nostalgia, nè al rimpianto. Almeno questa sera voglio perdermi in quello sfavillio di volti, di emozioni, di senzazioni amate che ognuna di quelle luci rappresenta. E se mi ci perdo da solo, per questa volta, pazienza.






lunedì 20 dicembre 2010

Gagatelle natalizie







Tanto tempo fa Sinead O'Connor strappò in televisione una foto del papa, indicandolo come "vero nemico" da combattere. La cosa fece scalpore, e Frank Sinatra disse di volerla prendere a "calci in culo".
Nientemeno.
Ogni epoca ha gli iconoclasti che si merita, e chissà questa volta chi se la prenderà con Lady Gaga, che com'è noto ha avuto l'ardire di prendersela con Babbo Natale.
Nientemeno.
Durante l'ultimo concerto londinese, trova per caso un pupazzo di Santa Claus che qualche fan ha buttato sul palco, e dice:
"Oh, guardate, Babbo Natale! Io amo molto il Natale , ma per quelli tra voi che si sentono soli questo Natale … Sapete, perché tutti siano contenti…"; a questo punto stacca a morsicate la testa del pupazzo, e calpestandolo sotto i tacchi grida: "Odio le feste! Io sono sola e me ne fotto di tutta la gioia di Natale! "; concludendo con un : "In ogni caso, era pieno di prodotti chimici sconsigliati per i bambini".
La notizia, ovviamente, ha fatto il giro del nondo; e chi parla di provocazione choc, chi di trovatina pubblicitaria, chi di geniale attacco al consumismo imperante: ma intanto ne parlano tutti.
Ora, a me la squinzia canterina dice poco, anzi pochissimo, sia musicalmente che come personaggio; ma mi è simpatica perché molto apprezzata da alcuni carissimi amici (Basta chiamare, basta chiamare! N.d.R). Bisogna ammettere che la ragazza scema non è, e oltre ad un certo geniaccio imprenditoriale bisogna riconoscerle un'attenzione per certe tematiche sociali che di questi tempi è merce rara nello star-system.
Però, santo cielo, perché ogni Gagata debba diventare un fenomeno planetario questo proprio non lo capisco; e capisco ancor meno la crescente regressione infantile (o la montante demenza senile, fa lo stesso) di un'epoca e di una società che oltre a quello comprensibile di icona, riconoscono a personaggi del genere anche il ruolo di maitres-à-penser delle giovani generazioni.
Comunque, visto che si nasce incendiari e si muore pompieri, visto che Sinead O'Connor si è poi fatta suora, visto che un sassofonista con l'hobby di azzannare i polpacci dei carabinieri è diventato ministro degli Interni, mi aspetto prima o poi di vedere la Germanotta con le corna in testa, travestita da Rudolph la renna, mentre traina la slitta di Babbo Natale.

giovedì 16 dicembre 2010

Curatemi



Non ci siamo. No no, non ci siamo proprio. Cioè, va bene che per l'uomo della foto nutra un'ammirazione quasi sconfinata; va bene che lo ritenga di una simpatia travolgente, di uno humor garbato, ironico ed insieme rassicurante e amichevole, di un'intelligenza finissima e di una straordinaria bravura professionale; e va bene che da molti anni, assieme al suo collega, sia il compagno fedele ed irrinunciabile delle mie mattinate radiofoniche. Ma mai, e sottolineo mai, avrei immaginato che il mio subconscio arrivasse ad eleggerlo protagonista di un estenuante e bellissimo sogno erotico ambientato in un bar dietro al colonnato di San Pietro in Vaticano.
E mai avrei immaginato di perdermi nei suoi baci e nelle sue carezze, sapendolo oltretutto sposo fedele e padre esemplare.
Aiutoooo!!!

martedì 14 dicembre 2010

A pensar male si fa peccato...



"Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interni [...] Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città...
Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì"

Francesco Cossiga, 24 Ottobre 2008

giovedì 9 dicembre 2010

Sturm und Drang Tour



Dovendo ormai rinunciare al ruolo inconcludente ma confortevole della Dama di Siviglia (quella che tutti vogliono e nessuno si piglia) causa definitivo eclissarsi di tutti i sedicenti spasimanti, potrei indossare i panni di una credibile Perpetua, o Ganetua, come preconizzato dalla sibilla Anastasia non molto tempo fa in una saga divenuta leggendaria, e spargere maldicenze sui vari Beppe Suolavecchia ed Anselmo Lunghigna che costellano il mio passato.
Ma pur avendone il phisique du rôle e l'età giusta, non sono assolutamente il tipo. E poi di questi tempi mi sento piuttosto come la Signora di Shalott, della quale allego diapositiva in apertura. Cioè, non è che mi sia fatto i capelli frisé o mi sia dato al ricamo e all'agopittura; è che mi sento anch'io chiuso in una torre, e costretto a guardare il mondo solo attraverso uno specchio; e anch'io sento che se scendo dalla torre per seguire l'Amore che vorrei ci resterei secco, proprio come la Signora in questione. Curioso, perché almeno materialmente il mondo lo bazzico parecchio. Ad esempio, domattina si parte di nuovo per la Francia, e si inaugura la nuova Tournée 2010/2011: lo Sturm und Drang Tour. Si comincia in un bel posto, dove echeggiano ancora le gesta di Charles Martel, e dove le chiese sembrano fatte di marzapane come la casetta di Hansel e Gretel. E mi sollazzerò in un albergo da favola, che con un piccolo sforzo di fantasia potrebbe diventare un'animata reggia di Camelot in cui dimenticare, almeno per un po', la triste torre dello Specchio. E tra coppe traboccanti d'idromele ed enormi fuochi crepitanti e cinghiali allo spiedo potrei festeggiare la caduta del perfido Mau-Gouver, il basso e vecchio tiranno che spadroneggia nel luogo ove il limon fiorisce, e dedicare il dolce declino dell'anno morente alle strenne ed ai banchetti per gli amici.
Ma sarà solo l'effetto degli incantesimi del mago Myrddin Emrys, colui che noi chiamiamo Merlino.
Al mio ritorno, lo so, Mau-Gouver sarà ancora sul trono, più forte e assetato di vendetta; e io mi ritroverò calato in una serie impressionante di fatiche, disavventure, guai e dispiaceri che non avranno tregua prima della Notte Santa.
E per quanto possa sembrare impossibile vedrò me e tutto quel trambusto dal solito specchio, in cima alla torre.

mercoledì 8 dicembre 2010

E lui è un bravo ragazzo, e lui è un bravo ragazzoooo!



"Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto"

Non è rimasto neppure tanto soprattutto per colpa mia, facile come sono ad accendermi e ad inebriarmi degli altri gli altri senza averne i mezzi e le possibilità per continuare ad alimentare a lungo le fiamme e l'ebrezza; ma anche un po' per colpa della vita, generosa nel costruire incontri ed allontanamenti. Non è rimasto neppure tanto, ma quel che resta, e chi resta, è tutta roba sopraffina e di prima qualità. Come Marco, che continua ad essermi approdo sicuro, spalla sulla quale piangere, Peppino quando mi sento Totò, Totò quando mi sento Peppino; e che continua a condividere con me il bello (suo) ed il brutto (mio) delle nostre reciproche esistenze con l'eleganza leggera ed innata, la soavità dei modi, lo sguardo sulla vita disincantato ma affettuoso che lo contraddistinguono.
Siccome Marco oggi compie gli anni (Boh, non so più quanti: trentaquattro o trentacinque, mi pare, ma come si sa l'età non conta) devo per forza fargli gli auguri anche qui.
Potrei ribadire parola per parola quanto gli scrissi lo scorso anno, visto che repetita iuvant e che in dodici mesi la mia situazione è praticamente la stessa.
Ma no, mi limito a stappare una bottiglia delle migliori che ho in cantina, e fare la festa (che detta così, signora mia...) ad una personcina che zitta zitta è diventata una delle più importanti della mia vita.
(Però non diciamolo al bellissimo consorte del festeggiato, vorrei mai mi diventasse geloso!)

domenica 5 dicembre 2010

Baci fuori dall'ordinario



Quelli che pretendeva imperiosamente l'energica zia Tilde, quando veniva a trovarci da Torino. Non si era nemmeno levata il cappellino che già gridava: "Sà bacetto!" e si chinava fino alla nostra altezza di bambini piccoli, obbligati per buona educazione a stampargliene almeno un paio sulla guancia vizza e polverosa di cipria.
Il Bacio della Donna Ragno, il Bacio della pantera, il Bacio di una morta ed il bacio di Giuda. Il bacio apostrofo rosa ed il bacio kiss, che è just a kiss. E Kiss me Kate , e Kiss me stupid, e Kiss me Licia . Dio mi perdoni, ma Kiss me Licia lo canto ancora adesso; però quando non c'è nessuno che ascolta.
Il Bacio di Hayez e quello Perugina, che mi son sempre chiesto cosa ci trovino sia nel primo, sia nel secondo.
Il Baiser de l'Hôtel de Ville di Doisneau. Dio mi ri-perdoni, ma sogno ancora adesso di essere al posto di quella ragazza parigina.
Ba-ba-baciami piccina sulla bo-bo-bocca piccolina/ dammi tan-tan-tanti baci in quantità/ lalà lalà lalalla lala là!
E i baci profumati che aprono Shir Hashirìm, il Cantico Sublime:
" Mi baci egli dei baci della sua bocca,
poiché le sue carezze sono migliori del vino.
I tuoi profumi hanno un odore soave;
il tuo nome è un profumo che si spande".
I baci rubati e quelli negati. Quelli con la lingua distribuiti da alcune compagne di scuola intraprendenti e precocemente zoccole durante la gita di terza media, e quelli col rifrullo che le stesse, ormai zoccole navigate, elargivano pochi anni dopo ballando il lento nella penombra delle discoteche di provincia. Quelli che scròcchieno sul Lungotevere di Gabriella Ferri.
E L'ultimo bacio , ed il primo, che non si scorda mai; e io il primo non lo scorderò affatto perché lo diedi alla mia prima ed unica fidanzata, e perché mi riempì di infinita tristezza e di sconforto; ma forse perché lei non sapeva baciare. E non scorderò mai il primo bacio al mio primo fidanzato, che invece baciava benissimo, e mi sembrò di esplodere in un Big bang tutto mio, e mi sembrò che da allora fossi destinato ad espandermi per sempre, tu guarda alle volte una limonata ben riuscita cos'è in grado di fare.
E i baci postali, che uso smodatamente per siglare la corrispondenza con le persone cui voglio bene; e che sembrano un'affettazione da frocio (Tesooooorooooo baciUooooooooo!), e che invece sono sinceri, e che vorrei dare di persona, mannaggia ai chilometri.
E infine i baci a mia insaputa, che sono un po' come la casa di Scajola, questi freschi freschi e del tutto inediti, almeno per me. In risposta ad una mia bonaria rimostranza, un tizio mi ha scritto: "Ma a te i baci li mando sempre, solo ke tu nn lo sai"
Indipendentemente dalla loro veridicità tutta da dimostrare, e dalle intenzioni che li muovono, questi sono baci che mi schiantano, si sappia.

martedì 30 novembre 2010

Eppi berdai, Edgar!



Accidenti, quando ho le paturnie mi dimentico delle cose importanti, e ricordo solo le paturnie.
E c'è mancato un pelo che dimenticassi il genetliaco di Edgar, cosa che non mi sarei potuto perdonare. Ora, chi non conosce Edgar non legga quanto dicono di lui, e quanto da lui puntualmente annotato e riportato: potrebbe farsi idee sbagliate e pensare che, come l'indimenticata Donatella Raffai, il ragazzo grondi dolcezza da tutti gli artigli. In realtà il nostro Edgar è come certi laghi prealpini, le cui superfici placide nascondono profondità vertiginose, abissi insondabili, ricchezze e tesori inenarrabili; e le onde apparentemente tranquille covano un'energia misteriosa e potente, che sorprende ogni volta in cui si manifesta.
Insomma, una personcina davvero speciale; al punto che noi suoi affezionati lettori ed amici abbiamo deciso di organizzare un riuscitissimo party tutto per lui, frizzante e piccante comme il faut. Nella foto, alcuni dei partecipanti mentre cantano "E lui è un bravo ragazzo, e lui è un bravo ragazzo..." (ometto il seguito per verecondia).
Da destra: Miss Marple che ha esagerato con la doccia solare, Lore! dopo la ceretta, Any-honey dopo aver litigato con un commesso di Zara, Poto dopo essersi scurito i capelli, Byb dopo la sbarbificazione e Principe Kamar dopo il saggio di lap-dance. Asa-Ashel e la Splendida Alexis non si vedono perchè uno stava preparando gli stuzzichini, l'altra i Martini molto, molto secchi.
Quelli che non sono nella foto erano in salotto impegnati nel tuca-tuca, visto che ormai il bunga-bunga ha stufato, mentre i classici van sempre di moda.

lunedì 29 novembre 2010

Raperonzoli cogliete



Passando con pensier per un boschetto,
donne per quello givan, fior cogliendo,
- To' quel, to' quel - dicendo.
- Eccolo, eccolo! -
- Che è, che è? -
- È fior alliso. -
- Va' là per le vïole. -
- Omè, che 'l prun mi punge! -
- Quell'altra me' v'agiunge. -
- Uh, uh! o che è quel che salta? -
- È un grillo. -
- Venite qua, correte:
raperonzoli cogliete. -
- E' non son essi. -
- Sì, sono. -
- Colei,
o colei,
vie' qua,
vie' qua
pe' funghi. -
- Costà,
costà,
pel sermolino. -
- No' staren troppo,
che 'l tempo si turba! -
- E' balena! -
- E' truona! -
- E vespero già suona. -
- Non è egli ancor nona! -
- Odi, odi,
è l'usignol che canta:
"Più bel v'è,
più bel v'è." -
- I' sento... e non so che. -
- Ove? -
- Dove? -
- In quel cespuglio. -
Tocca, picchia, ritocca,
mentre che 'l busso cresce,
ed una serpe n'esce.
- Omè trista! - Omè lassa! -
- Omè! -
Fugendo tutte di paura piene,
una gran piova viene.
Qual sdrucciola,
qual cade,
qual si punge lo pede.
A terra van ghirlande;
tal ciò ch'ha colto lascia, e tal percuote:
tiensi beata chi più correr puote.
Sì fiso stetti il dì che lor mirai,
ch'io non m'avidi e tutto mi bagnai.




Ho sempre amato alla follia queste schiamazzanti ragazze toscane, un po' oche, descritte da Franco Sacchetti quasi settecento anni fa. Quasi quanto le loro sorelle maggiori che ballano ancora oggi nella sala dei Nove, giù a Siena.
La parola raperonzolo , però, mi aveva conquistato e stregato già da prima: da quando, bambino avido di letture, ricevetti in dono le Fiabe dei fratelli Grimm. Probabilmente una parte non trascurabile di quel che sono arriva proprio da lì, da quei racconti cupi e inquietanti, simbolici ed onirici; ma questa è un'altra storia. Non potevo in ogni caso immaginare che quella parola sarebbe diventata una sorta di pericoloso talismano, e avrebbe avuto così tanta importanza nella mia vita.
"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli,
che per salir mi servirò di quelli!"
I ricordi si fanno confusi, so che per un po' li sciolse proprio per me, e sulla torre ci salii a lungo; poi non so bene se fu la strega a tagliarglieli, o se invece fu una decisione sua: ma la treccia non scese più.

(Tutto questo per dire che NON andrò a vedere il nuovo cartone animato della Disney)

sabato 20 novembre 2010

Voga, Tore!



Siccome devo attrezzarmi per affrontare una serie di dopo che si stanno profilando all'orizzonte, ho deciso di prendermi un vogatore. Pare che la mens sana non possa prescindere da un corpore sano; e poichè il mio, di corpore, sta cominciando a fare la ruggine e a perdere colpi, non vorrei mai fosse proprio questa la causa prima delle molte ubbìe psicologiche ed emotive che mi stanno travagliando da un po' di tempo in qua.
Il vogatore, di quelli classici a remi snodati e sellino scorrevole, me l'hanno quasi tirato dietro: un'offertona. Il tizio del Trony diceva che quel tipo lì non lo vuole più nessuno, quando va bene prendono quelli con il cavo da tirare, ma tutti comprano le macchine più stravaganti che promettono fisici di questo tipo senza fatica ed in non più di due settimane. Ammesso che sia vero, io non è che voglia diventare come l'Incredibile Hulk, azi! Ma il fatto di dovermi rassegnare alla mia pervicace singletudine non mi esime dal cercare di mantenere un fisico sufficientemente tonico ed efficiente, e dall'evitare di lasciarmi andare al rancoroso cupio dissolvi che ogni tanto mi tenta come la Fiesta Snack.
Dice: "Embè? Perché non vai in palestra come tutti gli altri? O in piscina, o magari a fare pattinaggio artistico, che in una tutina di lurex color fuchsia ti ci vedrei anche?" Ma perché non ce la farei, il mio lavoro non ha orari, ed il tempo libero che mi ritaglio me lo rubo a pezzi e a smozzichi quando capita. No no, al galeotto il remo si confà di più.
E un risultato l'ho già avuto ancor prima di cominciare. Ne scrivevo al bastone della mia vecchiaia
(nel senso che non manca mai di mazzuolarmi affettuosamente quando gli confido i miei sbarellamenti) e lui nel giro di nemmeno un'ora, da quel bravo scrittore che è, mi ha confezionato e regalato un raccontino delizioso tutto per me.
Ma mi è piaciuto talmente tanto che lo riporto per intero, sperando non se n'abbia a male.


Salvatore voga che è una bellezza: come è una bellezza anche lui, e tutte le ragazze gli corrono dietro. Ma lui, niente: pare preso solo dai remi, dalla barchetta, dal mare dove ogni pomeriggio scende con il sole o colla pioggia, e monta in barca, e via.
Voga, Tore! gli dicono tutti per prenderlo in giro: ma lui nemmeno li ascolta più.
Voga voga, un giorno arrivò, proseguendo sotto costa, a una piccola insenatura che non aveva mai raggiunto prima, e che nemmeno si vedeva dalla strada, che pure faceva ogni giorno per andare al paese vicino a lavorare come vigile urbano: gli unici momenti in cui dava retta a qualcuno.
Sorpreso dalla scoperta, accostò, e scese, portando la barchetta in secca; e rimase ancora più sorpreso nel vedere che, in fondo alla caletta, così minuscola eppure così bella, c'era una piccola grotta. Non più alta di una persona, larga appena il necessario per entrarci: e lui, di solito così indifferente a tutto ciò che non fosse il mare e i remi, così, senza pensarci, ci entrò.
La grotta si faceva subito un po' più piccola, ma fatti pochi passi prendeva ad allargarsi, e piano piano se ne perdevano le dimensioni. Aveva acceso una torcetta elettrica che portava sempre con sé, nel caso il buio lo cogliesse in mezzo al mare, per poter vedere una volta tornato a riva; ma con quella intravedeva appena uno spazio vastissimo, che doveva occupare tutta quanta la collina che stava sopra.
Così si avvide solo dopo un po' che c'era qualcuno: non capiva bene chi potesse essere, se uomo o donna, o se invece un animale. Sentiva il respiro, sentiva i movimenti, e incominciò a distinguere come una sagoma che si muoveva a fatica, come fosse legata o incatenata; la curiosità di scoprire di più lo spingeva avanti, quasi suo malgrado.
Era un asino: legato con una grossa corda che non solo gli impediva qualsiasi movimento ma lo fissava ad una specie di traliccio murato nella roccia, e con una specie di museruola che gli impediva di aprire la bocca. Per questo non emetteva nessun suono; ma dopo che Tore era entrato, e di più man mano che si avvicinava, si agitava sempre di più, non si sa per la paura di nuove torture o per il desiderio di essere liberato.
Tore si impaurì un poco, dapprincipio; e non per la reazione dell'asino, che certo avrebbe potuto, una volta liberato, prendersela con lui. Ma perché temeva la reazione, ben più pericolosa, di qualcuno che poteva sorprenderlo lì, se già non era presente e non si mostrava.
Ma la povera bestia gli fece pena: si avvicinò in silenzio, ma con modi tranquilli, e l'asino si calmò. Prese a considerare come fare per liberarlo, e poi come portarlo via: ma decise subito che la prima cosa da fare era mettere fine a quella prigionia, poi avrebbe pensato al resto.
Lo slegò, piano piano: così l'asino si calmò, e quando gli tolse la museruola non emise un lamento. Allora lo prese per la corda che aveva al collo, e lo condusse fuori, sulla spiaggia. Nel frattempo si era fatto buio: buona cosa, nessuno li avrebbe visti; e si avvicinò alla barchetta, che stava ancora lì, sulla riva. Ma la sorpresa più grande la ebbe quando vide che l'asino, senza alcuna esitazione, entrò in acqua e incominciò a nuotare. Mise la barca in mare, e lo seguì. Doveva esserci abituato, dato che quella sembrava essere l'unica via di accesso alla grotta; e l'asino prese la direzione opposta a quella da cui Tore era arrivato. Pensò per un attimo che così facendo si sarebbe allontanato troppo da casa, ma la curiosità di vedere dove sarebbe andato l'asino nuotatore era troppo forte.
Aggirato il promontorio, la costa diventava bassa e sabbiosa; Tore lo sapeva bene, e pensava che l'asino si sarebbe fermato lì; macché, continuò ancora. Superò il paese vicino, e proseguì verso il promontorio successivo; lo doppiò, e Tore sempre dietro; finché non vide un'altra caletta quasi uguale alla prima, e l'asino che usciva dall'acqua e si incamminava verso una casetta minuscola che era in fondo alla spiaggia.
L'asino incominciò a correre sempre più forte, e Tore, che aveva lasciato la barchetta sul bagnasciuga, correva anche lui; arrivato davanti alla porta, incominciò a ragliare forte. La porta si aprì, e si vide un lumino che si accendeva: e dietro al lumino, una voce d'uomo che esclamava : "Ciccio, Ciccio, sei tornato!".
Tore ebbe un attimo di esitazione; ma la voce era così bella che lo incuriosì: e si avvicinò alla porta. " L'ho liberato io" disse allo sconosciuto; "Mi chiamo Tore, vivo qui vicino; e tu chi sei?"
Lo sconosciuto si ritrasse di colpo; ma non chiuse la porta. Era un invito a entrare? Tore la prese così: ed entrò.
Si trovò davanti un uomo bellissimo, in una stanza poverissima ma tenuta con grande dignità.
"Mi chiamo Fredo", disse lo sconosciuto; "Vivo qui perché ho perso il lavoro, mi hanno tolto la casa, e mi è rimasto solo l'asino. Anzi, mi era rimasto; poi un giorno è sparito pure lui, me lo hanno rubato di sicuro. Ma ora me lo hai riportato! Come potrò ringraziarti, io che non ho nulla?"
Non vi racconto tutto quello che si dissero; per farla breve, Fredo aveva avuto un albergo, ma si era opposto alla malavita locale e per questo era stato emarginato da tutti. Ma la cosa più grave è che si era anche scoperto che era omosessuale: e questo per la gente del posto era quasi peggio.
Tore era sconcertato; e non solo per il racconto, ma perché, omosessuale pure lui, lo capiva bene per tutte le volte che si era sentito come uno straniero in patria; e perché tutto quello che stava capitando quella notte era quasi troppo.
Decisero che avrebbero reagito insieme a tutto questo, e sarebbero andati via: si diedero tempo per organizzare la partenza, e dopo una settimana partirono per un posto lontano.
Ora vivono insieme da dieci anni, e gestiscono un bel ristorante italiano a San Francisco.
E l'asino, direte voi?
Dopo quelle emozioni non ce la fece. Ora riposa in pace: ma Tore e Fredo lo ricordano con tanto affetto. Dopotutto era stato lui ad avere il merito di averli fatti incontrare.

martedì 2 novembre 2010

L'amore ai tempi del bunga-bunga



Dove eravamo rimasti? Che qui sono successe delle robe, ma delle robe! E in più mettici anche che sono svagato di mio, soprattutto di questi tempi. E' che a me m'ha rovinato il bunga-bunga, beninteso quello nell'accezione più ampia del termine: dicono logori soprattutto chi non lo fa. E io, appunto, non lo faccio. Neanche nell'accezione più ampia del termine.
Ah, già: dovrei parlare del fidanzamento cui avevo accennato tempo fa, e che procede a gonfie vele . Lo farò, perché è una storia tenera, toccante e ricca di assennati ammaestramenti. Ma non è urgente, non essendone io, purtroppo, il protagonista. Lo avevano capito fin da subito non più di un paio di persone, quelle che mi conoscono meglio, che sanno leggermi dentro e che non sbagliano mai nel farlo. Però sì, mi sono commosso, a volte fin quasi alle lacrime, per i molti commenti con le felicitazioni ed i mirallegri; e sono sincero, ho sfiorato il cielo con un dito nel constatare l'affettuosa considerazione che in tanti mi hanno dimostrato. Ma davvero non è cosa. A quel tipo di amore mi sa che farei bene a rinunciare. Non ci sono tagliato, c'è niente da fare. Sarà l'aria, sarà l'acqua, sarà predisposizione genetica: ma ogni volta che mi capita finisco per viverlo come una sofferenza più che come un'armoniosa ridefinizione di me stesso. Mi lacero, invece di completarmi.
E poi c'ho il chetone, che sarebbe l'acetone dei bambini. No , dico: l'acetone! Alla mia età non è serio! I miei coetanei se mangiano grassi in eccesso li trasformano in maniglie dell'amore, pancette e doppi menti; io invece ci faccio il chetone, che fin dal nome mi sta sulle balle. Dice che quando uno ne produce in dosi eccessive, poi sente uno stato permanente di languore allo stomaco, ha i battiti accelerati ed il cuore ballerino, gli si sfalsa il ritmo circadiano e gli si altera il rapporto sonno-veglia. Insomma, uno crede di essere innamorato e invece è il chetone. Ho chiesto al mio medico cosa può aver provocato tutto ciò, se per caso non c'è dietro qualcosa di più preoccupante e temibile. Ha fatto spallucce. Secondo lui è la conseguenza di un lungo periodo di stress, di protratte sollecitazioni nervose e di defatiganti traballamenti emotivi. Però il mio medico è il sosia sputato di mister Bean, e non so quanto credito possa dare alla sua diagnosi. Sta di fatto che se sono ridotto così senza essere fidanzato, figuriamoci cosa potrebbe succedermi quando lo fossi. Quindi per tutelare la mia salute dovrei darmi al bunga-bunga. Ma l'idea mi ripugna, cosa posso farci? Se penso che dovrei far scolpire una statua di marmo da far contemplare agli ospiti, con le fattezze di Superman ma con la mia faccia, dò di matto. Mi viene la depressione se penso al menu tricolore: mozzarella pomodoro e olive; tris di pasta al formaggio, al pesto e alla pommarola; gelato pistacchio, fragola e vaniglia. E non dico settemila in una busta, ma almeno una settantina di euro per ogni invitato glieli vorremo pur dare, no? E si fa presto a fare delle cifre. E gli invitati, quanto saranno contenti di mettere il tubino verde o rosso e il tacco quindici per settanta euro? E soprattutto: la parte di Lele e di Emilio, a chi la faccio fare? Anche per il bunga-bunga bisognerebbe esserci tagliati, e io, anche lì, non lo sono.
E ancora una volta mi trovo ad anelare al letargo che non posso permettermi, alla fuga che non posso fare, ai sogni che non posso mantenere, alle speranze che non posso più accarezzare.

mercoledì 13 ottobre 2010

Finito



E' stata una lunga, strana vendemmia. Faticosa, ma senza ansie nè traumi; esigente senza essere ossessiva o ossessionante come altre volte in passato. Mi ha assorbito molte energie fisiche e mentali, ma non mi ha spossato. Però mi sento vuoto lo stesso, spaesato come un reduce di ritorno da una lunghissima campagna militare. Odio tutte le fini, non riesco mai a vederci un nuovo inizio. Vorrei imparare che il passato non torna, che il presente non si ferma. Vorrei imparare che la vita è solo un continuo divenire, una perpetua fermentazione che consuma quel che siamo stati e ciò che abbiamo avuto, per produrre quel che saremo e ciò che avremo. Non ci riesco. Vorrei essere meno nostalgico, meno vittima dei desideri, delle illusioni, dei sogni, dei ricordi e dei rimpianti. Dice: "Beh per forza, alla tua età è una cosa abbastanza normale". Le balle! Sono così da sempre, e non riesco a sfuggire a quest'incantesimo.

domenica 3 ottobre 2010

Annuncio di fidanzamento


Tanti anni di attesa, tante delusioni, tante rinunce, tante illusioni , tanti sogni infranti: ma non è mai troppo tardi. Questa è davvero la volta buona. E non serviva nemmeno fare tutta quella strada, e cercare così lontano. Era proprio dietro l'angolo.