mercoledì 7 luglio 2010

Tre cose




Tre cose non si possono tener segrete: l'amore, la tosse, la cacarella.


Tre cose sono impossibili da trovare: amici, denaro, fedeltà d'amante.

Tre infirmità non si guariscono: la pazzia, i debiti e l'amore.

Tre le virtù de' villani: mangiare, dormire, scoreggiare.

Tre femmine e tre oche fanno un mercato.

Tre virtù ha il vero amico: honorar in presenza, lodare in assenza e servir ne' bisogni

Tre cose non vanno apprezzate: bellezza di sgualdrina, forza di facchino e consiglio di fallito.

Tre cose non vanno lodate: aver buon vino, buon cavallo, e bella moglie.



Da "L'eccellenza e Trionfo del Porco & altre opere in prosa" di Giulio Cesare Croce, Ferrara 1594

domenica 4 luglio 2010

Silenzio perfetto chi canta uno schiaffetto...


Si chiamano "Komos" e sono un coro gay. Sono bravi, sono simpatici, sono motivati. Si presentano così:
"Komos non è un dopolavoro gay per omosessuali che hanno paura di uscire nel mondo e vogliono frequentare solo ambienti gay nei quali si sentano protetti.
Non è un coro SOLO PER gay o un coro SOLO DI gay. E' un CORO GAY. Ovvero è un progetto artistico e sociale che intende abbattere i pregiudizi che in Italia colpiscono gli omosessuali, mostrando all'opinione pubblica che la comunità gay non è solo stupide paillettes o tristi j'accuse contro il mondo crudele, ma anche, ad esempio, un coro che lavora seriamente per raggiungere elevati obiettivi artistici."

Erano balzati agli onori delle cronache, loro malgrado, lo scorso mese di Settembre. Dopo alcune peregrinazioni avevano trovato un'ottima sede per le prove presso la parrocchia di San Bartolomeo alla periferia di Bologna, il cui parroco, don Nildo Pirani, li aveva accolti con grande disponibilità, e in cui si erano rapidamente ambientati con la comunità dei fedeli. Un segno incoraggiante di apertura mentale e sociale nei confronti dei gay, che non avrebbe mancato di dare buoni frutti. Troppo buoni, secondo l'arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra, celebre per le posizioni intransigenti ed arcigne nei confronti del mondo GLBT. Il prelato, appellandosi ad una disposizione pontificia del 1986, disponeva non solo l'allontanamento di "Komos" dalla chiesa di San Bartolomeo, ma da tutte quelle della diocesi, caso mai ci avessero riprovato da qualche altra parte. Il motivo? "Dovrà essere ritirato ogni appoggio a qualunque organizzazione che cerchi di sovvertire l'insegnamento della Chiesa, che sia ambigua nei suoi confronti, o che lo trascuri completamente. Un tale appoggio, o anche l'apparenza di esso può dare origine a gravi fraintendimenti.". In questo caso il "sovvertimento" dei precetti ecclesiastici stava probabilmente nel fatto che i ragazzi del coro non solo si dichiarino gay, ma che si dimostrino proprio per questo sereni, positivi, impegnati e capaci. Troppo per una Chiesa che ci vorrebbe esibire al mondo come psicopatici frustrati o tormentati.
Lo sfratto ebbe comunque un lieto fine, ed i nostri trovarono nuova ed eccellente sistemazione presso la chiesa Evangelica Metodista di Bologna, che li accolse a braccia aperte e permise loro di continuare l'attività artistica.
Evidentemente, però, qualcuno se la legò al dito.
Il prossimo 10 Luglio, i nostri coristi avrebbero dovuto esibirsi in concerto in una importante e prestigiosa rassegna pesarese finanziata dalla locale Arcidiocesi, dalla Provincia e dalla Regione Marche. Ebbene, proprio l'Arcidiocesi ha diramato ieri un comunicato in cui annunciava l'annullamento del concerto, senza ulteriori spiegazioni. A quanto pare il motivo starebbe in un'intervista realizzata da alcuni studenti del Dams, che invito a visionare qui, tanto per farsene un'idea. A me non sembra contenere affermazioni o atteggiamenti tali da giustificare una ritorsione tanto grave, ma forse sono io che mi sbaglio.
Vedremo come andrà a finire. Intanto esprimo la mia totale solidarietà a Paolo Montanari giovane direttore del gruppo, ed ai coristi che sono tutti bravissimi, simpaticissimi, e, ça va sans dire, bellissimi!
Forza ragazzi, siamo con voi!

sabato 3 luglio 2010

Geppina, o della leggerezza.

.


Calvino scriveva:
"Nei momenti in cui il regno dell'umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell'irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un'altra ottica, un'altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro..."

Amo la leggerezza, e più sembra mi sia negata, più la anelo. Vorrei spogliarmi della materia, e vivere fluttuando a mezz'aria come un violinista di Chagall. Vorrei almeno imparare anch'io a cambiare il mio approccio con la vita, che più passa, più mi rende pesante.
Nell'attesa mi accorgo di amare sempre di più le persone leggere che, attenzione, non sono nè superficiali nè stolide: sono cristalline, sono aria buona, sono ombra del pomeriggio, sono volo, sono ebbrezza. Sono come Geppina, la ragazza di fumo cantata da un'indimenticabile Anna Magnani e da un grande Totò...
Ho bisogno di loro. Per attaccarmici come ad un palloncino e volare.

"Geppina ragazza di fumo,
ci ha la testa col naso un pò all'insù,
il suo amore si chiama nessuno
e va a spasso per l'aria in tutù.

Geppina di notte fa il sogno
e il giorno lo tinge di blu,
Geppina più vive e più muore,
la vedi e poi non c'è più .

" Geppina Geppi, la tua voce,
Geppina Geppi, la tua luce,
sei tanto strana ma tu mi piaci,
mi piaci, piaci, piaci tanto così!
Geppa Ge' voglio te, Geppa Ge' solo te! "

martedì 29 giugno 2010

Auguri, Ingegnere!



Ci sono persone che ti segnano la vita più di altre, e diventano un discrimine inamovibile fra il prima e il dopo di cui sono causa e motore. Ci sono amori che metabolizzi ed assimili fino a farli diventare una parte di te: una parte da cui la tua essenza non potrà più prescindere, se la vorrai in qualche modo definire. L'Ingegnere è una di quelle persone. Alcuni anni fa mi sottrasse ad una sorta di catalessi esistenziale e sentimentale in cui ero sprofondato da tempo; e lo fece con garbo, con finezza, con ironia e anche con un certo giustificato e comprensibile timore. Fu lui a convincermi ad aprire il Blog: e di questo, mi sa, non l'ho mai ringraziato abbastanza. Fatto sta che il Blog, in alcune sue parti, gronda letteralmente di lui.
Lo amai molto, moltissimo: fu un amore non facile, impegnativo e bellissimo.
Finì, inevitabilmente, perché doveva finire; o meglio: perché non poteva non finire. E si sa che due cancerini, quando si mettono insieme, in certe cose sfiorano il paradiso, in altre pencolano abbracciati sulla Geenna. Col senno di poi, fu un amore importante, che mi fece un gran bene.
Domani l'Ingegnere della mia vita compie gli anni ( un sacco d'anni! ): e siccome mi stavo sbagliando sulla data del genetliaco, e siccome mi ha corretto lui che sa un sacco di cose, ( mi ha anche insegnato a scrivere perché invece di perchè, e un po' invece di un pò, non so se mi spiego) non posso non fargli un monte d'auguri appassionati e convinti!

P.S. L'ingegnere della mia vita non assomiglia al suo collega ritratto in foto. All'epoca della nostra frequentazione era decisamente meglio!

Padre e figlio


Quando qualcuno dei vostri amici dirà che non ha nulla contro i gay, ma che il matrimonio fra persone dello stesso sesso no, perché scardina l'istituzione della Famiglia, e le adozioni manco a parlarne, perché un bambino non può crescere bene senza una figura materna, fategli leggere questa lettera. L'ha scritta un ragazzo argentino di sedici anni, Daniel Lezana, al Senato del suo Paese, dove sono in corso grandi manovre per bloccare la legge recentemente approvata che ha introdotto il matrimonio per le coppie omosessuali.



"Signori Senatori,

mi chiamo Daniel Lezana, sono figlio di Luis Lezana, ho sedici anni e sono stato adottato sei anni fa, motivo per cui posso assumere il cognome di mio padre.

Martedì 8 giugno sono stato con mio padre in Senato, ho ascoltato le diverse opinioni e ora anche io voglio dire la mia.

Non divido le persone in base alla loro sessualità: etero, omo, trans e via dicendo.

I miei genitori biologici erano eterosessuali e, per le circostanze della vita, il mio fratellino e io siamo andati a finire in un orfanotrofio (non mi va di spiegarne le ragioni).

Per quattro volte, famiglie eterosessuali hanno provato ad adottarmi per poi rispedirmi all’orfanotrofio, perché dicevano che ero irrequieto; una volta mi hanno portato indietro perché avevo dato troppo cibo ai pesciolini fino a farli morire. Delle altre volte ricordo poco, dal momento che avevo più o meno otto anni.

Non voglio dire che tutti gli eterosessuali siano cattivi: io sono eterosessuale, mi piacciono le ragazze e sono una buona persona.

Quando avevo dieci anni si è presentato all’orfanotrofio Luigi, padre della mia anima, come diciamo noi. Il giudice mi disse: “Dani, c’è un single che ha un grande cane che si chiama Carolo e vuole adottarti”. Io non riuscivo a crederci: c’era una nuova speranza per me che pensavo di rimanere nell’orfanotrofio al pari di molti altri ragazzi grandi. Il mio fratellino era stato adottato perché piccolino: lui sì che aveva avuto fortuna… Io ero grande, perché nessuno mi voleva? Tutte le notti me lo chiedevo, fino ad addormentarmi senza trovare risposta…

Fu così che venni a Buenos Aires. Gli inizi non furono facili. Luis è un architetto e la casa è quasi sempre un caos: sempre modifica qualcosa, non si riposa mai… ah, ah, ah. Luis è un bel rompino: tutto il giorno mi chiede: “Hai studiato? Ti sei lavato? Hai lavato i denti?” “Uffa – rispondo – mi sono stufato…!” Però, quando la sera vado a dormire, lui sempre viene a rimboccarmi le coperte e a darmi un bacio sulla fronte… proprio cattivo, vero? Ah, ah, ah

Passato un po’ di tempo mi feci coraggio e parlai con il mio vecchio dell’omosessualità: all’inizio non mi piaceva, perché non lo capivo. Anche a voi deve succedere lo stesso, no? Voi capite con il cuore che significa essere gay?

Con il tempo ho iniziato a vedere con gli occhi del cuore sia Luis che Gustavo (il suo ex, ora si sono lasciati)… sono anche figlio di genitori separati… occhio con i miei traumi… ah, ah, ah. Mi sarebbe piaciuto se Luis e Gustavo si fossero sposati, così avrei avuto due papà.

Quando vivevamo in cinque (c’erano anche due cani), eravamo contenti: Luis (il mio vecchio) era il cattivo e noi eravamo le sue vittime… ah, ah, ah… era bello: tutti eravamo contro di lui che doveva sempre difendersi.

Secondo Luis (e io rido molto di questo) lui deve essere madre e padre contemporaneamente… è proprio un personaggio! Succede lo stesso a tutti i figli che vengono cresciuti solo da un padre o da una madre, no? I loro genitori svolgono due ruoli e anche il mio lo fa.

Noi siamo una famiglia, piaccia o meno a molti, questa è la mia famiglia.

Per quanti pensano o credono che il mio vecchio mi inculchi l’essere gay o che mi possa contagiare, si sbagliano! A me piacciono le ragazze e molto! E se anche fossi gay? Voi credete che siccome mi ha cresciuto un gay… mmm… non ci credo. Ora che vi sto scrivendo sia per i diritti del mio vecchio che miei, desidererei che lui si sposasse. Come io mi sposerò un domani.

Quando lui si sposerà lo farà con un altro gay, una persona come lui. Non si sposerà con un etero: cosa temete? Che i gay sono una piaga che ci colpirà? Se si sposerà mio padre, le pagelle scolastiche le potranno firmare in due e alle riunioni della scuola potrà venire l’uno o l’altro. Voglio avere gli stessi diritti che hanno i miei compagni di classe e se loro (i miei padri) si separano, avere gli stessi diritti che hanno i figli di genitori separati… i loro figli li hanno e io no, perché?

Infine, vi dico che sono orgoglioso del padre che ho e da lui imparo che nella vita bisogna lottare per le cose alle quali teniamo e io, amato vecchio mio, starò sempre al tuo fianco.

Per favore signori senatori: i gay si sposeranno tra di loro, non temete, non si sposeranno con voi.

Grazie mille.

Daniel Lezana"



( Io a leggere questa lettera ho pianto come un vitello. Ma non faccio testo, sono solo un vecchio frocio rincoglionito)

giovedì 24 giugno 2010

Notte di San Giovanni


Non so se dalla foto si vede, ma a mezzanotte sembrava il crepuscolo: c'era ancora così tanta luce che le stelle sembravano scomparse. Avrei dovuto approfittarne per stendere lenzuola di bucato sul prato davanti casa e recuperare, strizzandole e torcendole all'alba, la rugiada magica con cui confezionare potentissimi elisir e pozioni miracolose e salvifiche.
Avrei potuto accendere un falò per ingrassare la terra e per propiziarmi le modeste divinità ctonie e paesane che ne popolano gli anfratti.
Avrei dovuto, senza lume, andare a caccia dell'Iperico, che se raccolto in quella notte diventa l'Erba Scacciadiavoli, e stermina tutti i nemici invisibili che ci rodono dal di dentro.
E prima di addormentarmi avrei dovuto scagliare le ciabatte contro la finestra di camera mia: se le avessi trovate, al risveglio, una girata al contrario dell'altra, sarei stato sicuro di sposarmi entro i prossimi dodici mesi.
Non ho fatto niente di tutto questo: per me quella che sta cominciando è da sempre la notte più brutta dell'anno; e in quella di ieri, che invece da sempre è per me la più esaltante e maliarda, mi ci sono preparato, come in una veglia d'armi. Sono uscito di casa ben oltre la mezzanotte, quando l'aria immobile sembrava sfrigolare d'energia, e le lucciole erano talmente smaglianti da rendere ancor più nero, per contrasto, il buio impenetrabile delle forre. Ho camminato un paio d'ore, piano piano, lungo i sentieri e le capezzagne attorno casa. Bobo mi ha seguito per un po', incuriosito da questo mio insolito vagabondaggio notturno; poi si è fatto distrarre dal lontano gannire delle volpi, è partito in quarta e non s'è più visto. Così sono rimasto solo tra i fruscii, i sussurri, i ronzii, gli zirlii, i gracidii, le risatine chiocce e le pernacchiette che mi indirizzavano gli
esprìt folèt. In quella notte hanno il permesso di stare in giro fino all'alba perché le marane, i toubiòt ed i sarvàn non escono dalle loro tane: e, monellacci, ne approfittano. Non sono cattivi, a meno di aver paura di loro; ma sono linguacce. Sanno snocciolarti e rinfacciarti le cose che ti ostini a tenere nascoste a te stesso, che rifiuti di considerare, che rimuovi più per timore che per leggerezza. Han cominciato a dirmene di quelle che ad un certo punto mi sono spaventato: e una volta visto che cedevo, ci sono andati giù pesante.
Ad un tratto mi sono sentito come nudo, infreddolito, inzuppato di pioggia, gravato ed oppresso da un peso insostenibile; mi sembrava che il terreno, da soffice ed elastico che era, diventasse viscido e fangoso al punto da rendere i passi sempre più faticosi e difficili. Sono arrivato a casa che ero uno straccio; e mi ronzava nelle orecchie la voce sibilante e metallica di quello che continuava a ripetermi: " bravo, hai scelto un'ottima corda con cui impiccarti! ".
Ma la notte di San Giovanni è la notte della grazia, e c'è sempre qualcosa che ti salva, se la sai cercare. Sempre.
Mi sono svestito in fretta e mi sono infilato nel letto quasi gemendo. Poi, mentre stavo per spegnere la luce, lo sguardo mi si è posato sulla scrivania. Quattro pacchetti, quattro regali di persone che amo. Erano lì da giorni, e li aprirò solo domani. Ma questa mattina prima dell'alba sono stati i miei talismani che hanno sconfitto le tenebre. Me li sono coccolati a lungo: carezzandoli, soppesandoli, scrollandoli delicatamente per cercare di indovinarne il contenuto. E sorridendo, finalmente sorridendo di un sorriso buono e rigenerante. Sorridendo alla grazia di quelle persone amate, che hanno fatto in modo di rendermela ancora una volta concreta e tangibile.
La felicità vera non è una febbre, non è uno spasmo, non è un delirio; è una goccia di balsamo che per un po' ti placa la tosse; è l'ombra di un albero fronzuto sotto cui fermarti mentre cammini nella canicola; è un'onda tiepida che ti lambisce e si ritrae, e sembra perduta, e invece ritorna.

sabato 19 giugno 2010

A la guerre comme à la guerre



Gli strapazzi del clima, le privazioni, le ansie, le fatiche, le tribolazioni hanno presentato il conto: e ho ceduto di schianto, una resa senza condizioni. Tifo, malaria, febbre petecchiale, scrofole, cimurro, idropisia e ginocchio della lavandaia. Dura la vita di noi soldati, sì. Ma proprio perché soldati, e leali e franchi cavalieri, non ci si ferma: il dovere chiama, e l'ora dell'Onore e del Valore sta per scoccare. Come il principe di Condè prima della battaglia di Rocroi, ho dormito profondamente; e come il sire di Montluc a Siena, mi sono strofinato le gote col vino rosso per attenuarne il colorito malsano. Ho affilato la spada, visitato la truppa, sistemato le salmerie. Ho congedato con garbo ma con fermezza il prete che voleva confessarmi:
" Sant'uomo - gli ho detto- i miei peccati sono talmente numerosi, e grandi, che Voi non potete redimerli. Me la vedrò con il vostro Principale, l'unico a conoscere quegli atti virtuosi, e quelle azioni, che potranno in qualche modo temperarli, e scamparmi per Sua mercè alla dannazione".
Mi ha guardato con la bocca aperta, come si guarda un impudente o un pazzo : " Voi state parlando da eretico, Monsignore, come il peggior anabattista. Morirete in peccato mortale. Dio abbia pietà della vostra anima". Ho risposto: "Se avete finito potete andare"; e quello se ne è partito recitando giaculatorie e segnandosi ripetutamente.
Ho dato un ultimo sguardo al cammeo che ritrae un caro volto amato, l'ho rinchiuso e riposto nel baule.
Ora quel che deve succedere, succeda.

venerdì 18 giugno 2010

"...la c'è, la Provvidenza! "




Il fatto che il terrificante simulacro della foto, costruito in un'oscura cittadina dell'Ohaio e alto venti metri, sia stato totalmente incenerito da un fulmine e ridotto alla misera carcassa di qui sotto, dimostra una cosa sola: Dio esiste, e odia il brutto.



giovedì 17 giugno 2010

Turin ch'a bogia


Vado di fretta, vado di fretta: non ho più tempo, datemi retta. Non c'è Gino ad aspettarmi su di un'Alfetta piena di muffa, ma ho incombenze importanti da finire entro stasera. Domani avrò finalmente tempo per raccontare del mio recente viaggio, sempre ammesso che ne abbia poi la voglia. Ma rubo un attimino alle incombenze di cui sopra per ricordare che Sabato ci sarà il Torino Pride, e che di questi tempi, mentre altre manifestazioni consimili sembrano stanche e smarrite, ha il coraggio di tentare un colpo d'ali proponendosi in una formula del tutto nuova.
Chi volesse saperne di più, legga quanto scrive il bravo Samuele Siani.
Io, come piemontese, non posso che dichiararmi soddisfatto di questa mia capitale " ch'a bogia", che si muove, che sperimenta, che anticipa. Lo ha fatto spesso altre volte, sia pure senza clamori e un po' in sordina: e di solito con risultati discreti. Speriamo sia così anche a questo giro.
Io non ci sarò, Sabato ho impegni gravosi ed inderogabili. E mi dispiace, perché ci sarei andato davvero volentieri.

mercoledì 9 giugno 2010

Alejandro!


Poichè non mi posso permettere una credenza nuova , parto.
Vado a vedere se è vero che Rasmussen è più bello di Cacciari,; se è vero che lassù la montagna più alta misura centosettanta metri ( più o meno la metà della collinetta dove vivo io); se è vero che quella è la nazione più felice del mondo. Dormirò con uno spagnolo ( don't call my name, dont'call my name, Alejandro!) , mangerò sotto i ponti, e farò la via crucis delle bettole. No, in questa non andrò, nonostante mi ci troverò a due passi.
Che poi non avrei potuto nè voluto andarci; ma mi ci hanno mandato, a quel Paese!

Approfitto per ringraziare le meravigliose creature che tempestivamente hanno provveduto all'aiutino (aiutone) richiesto ieri; e che il sorriso me l'hanno temporaneamente ma prontamente ripristinato.

martedì 8 giugno 2010

Buio




Tutto grigio, di nuovo.
Come un crepuscolo.
Un sorriso, per favore.
Un aiuto.

giovedì 3 giugno 2010

Lo Splendore



Si, sarebbero giorni bellissimi. Tira da tempo una costante brezza di mare, calda e secchissima, che spazza il cielo e permette solo il passaggio di poche nuvole placide ma veloci come giumente golose. Il verde cupraceo ed alchemico di un Maggio intriso di pioggia, adesso s'è fatto smeraldino e venato d'oro, e sontuoso ed arcano come un'abside bizantina, palpitante e caldo come un ramarro al sole, vibrante e ronzante come le elitre di una cetonia.






Dura tutto il giorno, questa luce; e il giorno sembra non finire mai, e solo il lentissimo girare delle ombre rivela il trascorrere delle ore. Ombre che acquistano forza proprio dal contrasto con tutto quest'oro accecante: e più riluce ed evapora in bagliori, più quelle si fanno dense e compatte e impenetrabili.



Hod è la Sephirah dello Splendore; una delle tre dove si fondono le energie che scendono dall'alto con quelle emanate dalla materia. Secondo la Quabbalah essa è la prontezza del cambiamento, l'adattarsi alle mutazioni. E' l'arte della sconfitta, il saper imparare da essa ciò che va cambiato. E' l'arte della semplicità e della fiducia in se stessi; della capacità di non dare troppo peso al futuro per non rischiare di vivere male il presente.




Ma dopo Hod arriva Yesod, dove si concentrano le emozioni e i turbamenti, i segreti, le passioni, le attrazioni, gli amori . Se Hod è luce sfavillante, Yesod è penombra calda e vischiosa. Se Hod è Splendore, Yesod è Fondamento: è la Verità che ci portiamo dentro, e che troppo spesso non abbiamo il coraggio di guardare. Hod la contemplo da fuori, in Yesod ci sono immerso fino al collo. Senza Hod, Yesod è come un gorgo lento ma inesorabile.


mercoledì 26 maggio 2010

Due piccioni con una fava




Il signore della foto è un contrabbandiere di piccioni, beccato ( è il caso di dirlo) appena sbarcato all'aeroporto di Sidney mentre tentava di introdurre illegalmente due volatili sul suolo australiano. Sorvolo ( è ancora il caso di dirlo) sulla fava che avrà usato per catturarli, essendo la foto di nessuna utilità alla formulazione di qualsiasi ipotesi. Ma confesso di essere rimasto folgorato all'idea di un connubio così intimo e stretto fra i pennuti ed il peloso. Non per altro, ma solo perché in questi giorni hanno compiuto gli anni due piccioni che volano altissimi, purissimi e levissimi nell' irraggiungibile Iperuranio delle buone intenzioni, dei bei ricordi e dei rimpianti agrodolci. Uno è Ribaldo, già commentatore opimo e sontuoso e puntuale di questo e di altri blog, ora ritiratosi a vivere nella Foresta Nera dove caccia gli orsi e li scuoia a mani nude per ricavarne impressionanti copricapi. Amico opimo e sontuoso e puntuale, a causa delle mie croniche carenze non sono riuscito ad impacchettarlo e a metterlo nella calza destra, quand'era tempo. C'è sempre: certe cose non si perdono. Per questo sono felice di potergli fare gli auguri.
L'altro è la rediviva Anastasia, che mi odierà per averla paragonata ad un piccione e per aver spiattellato Urbi et Orbi del suo genetliaco; ma io odio lei che ha riaperto la baracca senza una telefonata, senza un telegramma, senza una cartolina: sicchè siamo pari. Anastasia è come l'esercito del Cantico: bello e terribile, attira e intimorisce, seduce e spaventa. Capace che se cerchi di infilarlo nel calzino sinistro ti stacca la gamba a morsi. Però mi chiama Zucchero, e solo il Cielo sa quanto faccia bene sentirsi chiamare Zucchero almeno di tanto in tanto. E benchè catafratto da mille difese ben congegnate, ogni tanto lascia trasparire la luce brulicante che si porta dentro, e che non è poi così bravo a tenere segreta.
Insomma, come contrabbandiere di piccioni non ho chances ; ma gli auguri che vi faccio sono sinceri e affettuosi, miei cari!


sabato 22 maggio 2010

Santa barbuta, sempre piaciuta.


Attenzione! Prima che qualche zelante devoto pretenda l'oscuramento del blog per manifesta blasfemia, o peggio emani una fatwa a spese della mia capoccia, chiarisco fin da subito come la foto d'apertura sia soltanto l'accurata e canonica immagine di una santa affatto sconosciuta in Italia, ma assai venerata nei Paesi nordici: Santa Wirgefortis. Così lo dico a tutti: se visitando una chiesa in Germania, in Polonia, in Lituania o in Scandinavia doveste imbattervi in una croce che al posto del corpo martoriato e dolente di Cristo sostiene quello di una procace ragazza riccamente vestita e incoronata, con una bella barba nera più o meno fluente, sappiate che è tutto a posto, ed evitate svenimenti e convulsioni: si tratta solo di Santa Wilgefortis.
La sua storia fu raccontata per la prima volta dal Martirologio Romano del 1586, secondo il quale Wilgefortis sarebbe stata la figlia di un re del Portogallo vissuto nell'VIII secolo. Convertita al cristianesimo, costei progettava di dedicare la sua esistenza a Dio, ma il padre aveva ben altri programmi, e la voleva ad ogni costo maritare a qualche regnante per rafforzare il prestigio politico della propria dinastia. Concluse il pateracchio con il re di Sicilia, anche perché la figliola era di bellezza non comune e di assai leggiadri ed assennati costumi. Messa davanti al fatto compiuto, e invitata a preparare i bauli del corredo senza tante ciance, alla poverina per poco non prese un colpo. Si disperò, supplicò, pianse: ma non ci fu nulla da fare.
Dopo qualche settimana il promesso sposo, con il suo gran seguito, giunse per nave al porto di Lisbona, e le nozze furono fissate di lì a qualche giorno, giusto il tempo di darsi una rinfrescata e riprendersi dalle fatiche del viaggio. La principessa, ormai disperata, trascorse la vigilia in continua preghiera, implorando Dio di salvarla da quel matrimonio che aborriva più della stessa morte. La mattina delle nozze, oh miracolo, oh prodigio! sul volto della fanciulla era comparso un folto barbone nero ed irsuto. Quando il re di Sicilia la vide, andò ovviamente su tutte le furie, e non pensò nemmeno per un attimo all'ipotesi di ricorrere ad un buon barbiere: prese su armi e bagagli, e se ne andò sbraitando di non essersi mai sentito così offeso in vita sua, e che l'avrebbe fatta pagare cara a quei farabutti di portoghesi. Il padre di Wilgefortis, furente pure lui, chiese spiegazioni; e quell'ingenua, invece di buttarla su un'improvvisa ipertricosi da noia, spiattellò l'intervento divino dicendo en passant fosse chiaro come il sole che non si sarebbe sposata nè allora nè mai. Il crudele genitore rispose: "Se non posso disporre io del futuro di mia figlia, ebbene, nessun altro potrà farlo!" ordinando fosse messa a morte come il Dio che voleva portargliela via. Ma da principessa, però: indossando i vestiti più sfarzosi e la corona che le spettava di diritto.


Mentre rantolava sulla croce, un povero violinista girovago, impietosito, cercò di confortarne l' agonia suonandole una musica triste con il suo strumento. Al che la ragazza, scalciando con forza, gli tirò una delle sue preziosissime scarpette d'oro: non si sa bene se per ricompensarlo o per scacciare quell'importuno. Sta di fatto che nell'iconografia ufficiale è spesso rappresentata con un piede scalzo, come nella delicata scultura barocca qui sotto.


Avendo sofferto il martirio, Wilgefortis fu presto canonizzata e santificata, ed il suo culto si estese rapidamente, diventando beniamina e protettrice di tutte le ragazze costrette a sposare chi non avrebbero mai voluto; anche se la chiesa la additò piuttosto come fulgido esempio di castità difesa fino alla morte e tutelata dall'intervento divino. Non mancarono, in tempi recenti, coloro che vollero leggere nella vicenda il retaggio di culti pre-cristiani incentrati sull'Ermafrodito,



nè chi volle ravvisarvi riferimenti proto-psicanalitici ed archetipici all'androginia e al transgenderismo perseguitato, e neppure chi vi trovò forti implicazioni di un femminismo ante litteram.



In realtà l'origine del culto della santa barbuta, drag-king e immaginaria è assai più prosaico e terra-terra. E non parte dal Portogallo, ma da Lucca, dove da più di mille anni si venera il misterioso "Volto Santo". Si tratta di un grande crocefisso di probabile origine proto-romanica o ottoniana, in cui il Cristo, secondo un'inconografia insolita ma all'epoca piuttosto praticata e diffusa in tutta Europa, è rivestito da una tunica sacerdotale. Già nel corso del XII secolo una fida Relatio, per allontanare i sospetti di idolatria, affermò la natura acheropita ( non fatta da mano d'uomo) e miracolosa dell'immagine, rinvenuta , secondo i redattori, da quel Nicodemo che con Giuseppe d'Arimatea depose Gesù nel Sepolcro. Ciò contribuì alla rapida fortuna dell'oggetto, e la sua venerazione divenne una tappa obbligata per i pellegrini che lungo la via Francigena si riversavano su Roma.


Con il tempo la scabra e potente scultura romanica fu ricoperta da decorazioni e paramenti fastosi, e a partire dal XV secolo iniziò il commercio dei souvenirs che la ritraevano, spesso in modo ingenuo o rozzo, e che i pellegrini facevano circolare in ogni angolo d'Europa.

Proprio la diffusione di questo materiale iconografico che ritraeva un'enigmatica figura barbuta e crocefissa ma ammantata di sfarzose vesti regali, così diversa dai tormentati e nudi Cristi gotici, fece nascere la leggenda della principessa barbuta e martirizzata, il cui nome Wilgefortis non era altro che la corruzione e la storpiatura delle parole Hilige Wartz. In antico tedesco, " Volto Santo".

lunedì 17 maggio 2010

Dio è morto


E' ufficiale: Dio è morto. E anch'io mi sento poco bene.


Raul ha detto di non avere una conversazione brillante, di non fare subito colpo e, in soldoni, di ritenersi poco più d'una ciofeca. Tesoro, lo so che sei già impegnato; ma hai visto mai, un domani dovessi ripensarci, ricordati di me. Ti prometto che se non stramazzo al primo colpo stramazzerò al secondo: e che se sopravvivo parlerò io per tutti e due.

domenica 16 maggio 2010

L'isola che non c'è





"Per esempio: dicono alcuni che vi è in qualche parte dell’oceano un’isola chiamata Isola Perduta, per la difficoltà, o piuttosto l’impossibilità di trovare ciò che non esiste, e raccontano che è piena di una inestimabile abbondanza di ricchezze e delizie, molto di più di quel che si dice delle Isole Fortunate; e pur non avendo nessun possessore o abitatore, supera tutte le altre terre abitate per abbondanza di beni. Se uno mi dice questo, io capisco facilmente le sue parole, nelle quali non c’è nessuna difficoltà. Ma se poi come conseguenza aggiunga: " Non puoi dubitare che quell’isola migliore di tutte le altre terre, che sei sicuro di avere in mente, esista veramente in realtà; e poiché è meglio esistere nella realtà che esistere solo nell’intelletto, è necessario che quest’isola esista, poiché, se non esistesse, qualsiasi altra terra esistente sarebbe migliore di lei, e quell’isola già pensata da te come la migliore non sarebbe più tale". Se, dico, costui con queste parole volesse dimostrarmi che non si può dubitare dell’esistenza di quest’isola, sarei portato a credere che mi stia prendendo in giro, e non saprei se reputare più sciocco me che gli credo o lui che crede di avermi dimostrato l’esistenza di quell’isola. A meno che egli non mi faccia vedere che l’eccellenza di quell’isola è una cosa reale e non è come le cose false ed incerte che possono essere nel mio intelletto."

(Gaunilone di Marmoutier, " In difesa dello stolto", 1070).

martedì 11 maggio 2010

Se fosse....

Una città : Londra, dalle parti di Belgrave Road.
Un personaggio televisivo : le velineeeeeeeeeeeee!
Uno stilista : no, troppo facile.
Un attore famoso : Gregory Peck.
Un animale : ghepardo.
Un'automobile : la Topolino amaranto (si sta ch'è un incanto).
Un piatto tipico : Spring rolls, croccanti fuori, morbidi dentro.
Un supereroe : Silver Surfer.
Un indumento intimo : jockstrap (ma leopardati).
Un territorio : le Crete senesi.
Un personaggio mitologico : le tre Grazie.
Un personaggio storico : Fulgence Bienvenue.
Una pianta : Vanda tricolor.
Un film : "Farewell my concubine" di Chen Kaige
Un libro : "Guida galattica per autostoppisti" di D. Adams
Un elemento architettonico : balconcino.
Una parte anatomica : ...ehm...
Una virtù teologale : Temperanza.
Un gruppo pop : Scissor sisters.
Una canzone : "Pedro", della Raffa.
Un'altra canzone : "Basta chiamare!" di non so chi.
Un sentimento : Nostalgia.
Un vino : La Romanée 2006

Se fosse... ma è Poto. E ho detto tutto.
Tanti auguri, caro!


lunedì 10 maggio 2010

Vino gay


Il primo fu "Gayardo", nell'ormai lontano 2002. Era un Nebbiolo d'Alba robusto, profondo e sensuale. Sull'etichetta, "rigorosamente verde, colore gay per eccellenza, un abstract dei testi di Massimo Consoli, fra i piu' conosciuti esponenti della comunita' omosessuale italiana, dedicati all'intellettuale tedesco dell'Ottocento Karl Heinrich Ulrichs, autore di numerosi libri di argomento omosessuale e del primo programma di un'associazione gay." L'idea fu dell'editore Roberto Massari, che da qualche tempo aveva lanciato i " vini da leggere": partite selezionate e sceltissime dei migliori crus italiani, abbinate ai testi di grandi protagonisti della letteratura e della cultura. Prima del "Gayardo", ad esempio, ci fu un "Barricadero Blanco" e uno "Sbattezzo di-vino" dedicati rispettivamente all'opera di Ernesto Che Guevara e di Giordano Bruno. L'iniziativa, romantica, colta ed un po' snob, non aveva finalità nè dimensioni commerciali, e rimase confinata nel campo del pionierismo coraggioso e illuminato.
Non credo ne fosse al corrente Kim Crawford, un neozelandese che cominciò la sua avventura di produttore vinicolo nel 1996, in un piccolo cottage nei pressi di Auckland: praticamente da zero, non fosse stato per una grande capacità imprenditoriale e, soprattutto, per una straordinaria genialità nel marketing. Ai suoi vini, di eccellente ma prevedibile qualità, seppe aggiungere ed infondere un notevole plusvalore fatto di glamour e di fascino. Anche grazie a parties promozionali molto trendy, che giocoforza lo portarono in contatto con la scena dorata di una delle più grandi capitali gay del mondo: Sidney. E probabilmente trasecolò quando venne a sapere che i gay della città spendevano, all'epoca, qualcosa come 4,5 milioni di dollari al mese negli acquisti di vino. Ci pensò un attimo, fece due conti e le sue pupille presero la forma di due $ , girando vorticosamente ed emettendo il suono di un registratore di cassa. Fu così che nel 2003 nacque Pansy! : il primo vino frocio per froci, che ammetteva di esserlo: " ...prodotto per i nostri amici della comunità gay come ringraziamento per il supporto dato alla nostra azienda. E' un vino fresco, divertente e delizioso!" E, bisogna aggiungere, ad alto tasso di favolosità: rosato, manco a dirlo, con un packaging di un fuchsia sfacciato, aroma e sapore "easy", di fragole birichine e di allusivi Calippo.
Fu un successo strepitoso, che ancora continua.

(Segue)

sabato 8 maggio 2010

Cuori toro (Auguri!)


Avrei voluto sposare un toro.
Ma no, mica un toro nel senso di un bisteccone nerboruto; un toro nel senso zodiacale! Che poi a me le bistecche ed i nerbi, metaforicamente parlando, interessano quanto Lady Gaga: cioè zero. Vegetariano nell'anima, ho sempre cercato e voluto quelle energie pulite, calde, luminose e vibranti che la karnazza, per appetitosa che possa essere, non possiede; e che, anzi, le sono nettamente agli antipodi.
Avrei voluto sposare un toro, perché, ne sono certo, le sue caratteristiche e le sue peculiarità avrebbero costituito in maniera plausibile la parte di me stesso che mi manca, e che mi condiziona proprio con la sua assenza.
No, per dire:
"Le sue più grandi virtù sono la pazienza e la costanza": cacio sui miei maccheroni, che sono impazienti e scostanti.

"Il nato nel segno del Toro è piuttosto lento ma tenace e forte, incrollabile nel perseguire i propri scopi. Davanti alla sorte avversa sa resistere ed attendere con calma paziente; non lo spaventano i tempi lunghi, e non perde tempo in recriminazioni e lamentele, che considera inutili": grasso che cola per tenere a bada il mio titanismo solipsista e la mia congenita tendenza al melodramma.

"Il Toro è leale e altruista, ha un fortissimo senso dell'amicizia e farebbe veramente tutto per le persone a cui tiene": una coppia non può essere fatta soltanto di simmetrie opposte e speculari; ci vogliono anche cose in comune che si esaltino scambievolmente. Questa per me sarebbe molto, molto importante.

"Il Toro sa dare calore e amore a chi gli sta vicino in modo semplice, diretto e fluente. Ma può diventare anche possessivo e geloso". Tesoro, basta che mi fai da termosifone per il resto dei miei giorni, poi puoi pure mettermi le manette e chiudermi nello sgabuzzino delle scope quando esci.

"Le persone di questo segno hanno un intenso magnetismo fisico nei confronti del gentil sesso"
Perché, dell'intenso magnetismo fisico che hanno nei confronti del sesso forte non ne vogliamo parlare? No, ma parliamone!

"Diventa assai pericoloso quando si accorge di essere stato tradito e strumentalizzato".
Parliamoci chiaro: io trovassi uno del genere lo tradirei? Lo strumentalizzerei? E che, c'ho scritto Giocondo? Pazzo si, ma mica scemo.

"L'uomo di questo segno ama l'intimità, il calore del nido, la semplicità, la dolcezza. Il luogo favorito è un grande, solido letto, con soffici cuscini e una calda coperta". Un attimo, vado a farmi una doccia gelata e poi torno.

Potrei continuare a lungo: ma la morale è che quelli del Toro sono dei gran gnoccoloni, invitanti come un boero, rassicuranti e confortanti come un piumone danese, sobriamente dolci come un vecchio Calvados, magnetici come la Magneti Marelli, eleganti come l'Apollo Sauroctonos, ghiotti e appetitosi e diretti e succulenti come il buristo, la burrata o la bagna cauda . Almeno per me, per gli altri non so.
E tutto questo sproloquio per fare gli auguri a due tori meravigliosi, che in questi giorni hanno compiuto gli anni alla chetichella.
Il primo , Asa-Ashel, non lo ha detto in giro perché è arrivato a 32, e per quanto li porti splendidamente non vuole che si sappia. Asa-Ashel non è di questo mondo: appartiene ad una evolutissima civiltà aliena, ed è stato mandato sul nostro pianeta per studiare la razza umana.
Vede tutto, sa tutto e sente tutto: quindi sa benissimo cosa rappresenta per me, cosa provo per lui, ed il posto che tiene qui dentro.
Il secondo, Byb, lo ha detto a pochi intimi perché si vergogna di essere così pischello: ma tanto sono venuto a saperlo lo stesso. Tiè. Anche lui secondo me viene da un altro pianeta, o forse da un'altra epoca storica. Forse è fatto d'aria; ma in ogni caso d'aria buona e salubre.
Auguri, ragazzi. E scusatemi se rubo la parte alla Ventura, ma devo dirlo: vi voglio bene.

giovedì 6 maggio 2010

Ritorno


Quel gran figo di Cadavrexquis ha scritto di recente: "Vivere senza scrivere significa vivere senza dare testimonianza di sé a se stessi. Significa vivere senza che nessuno stia a guardare, in continuazione, quello che si sta facendo, anche se quel qualcuno che osserva siamo “soltanto” noi stessi." Ecco, mi accorgo, di colpo, che ultimamente mi sono testimoniato assai poco, e osservato ancora meno. Non solo attraverso questo blog, sia chiaro. Come la contessa di Castiglione, ho velato tutti gli specchi per non vedermi. Sono fuggito a me stesso, e mi sono perso. Salvo poi scoprire di essere finito in una palude; in sabbie mobili che mi stanno lentamente, dolcemente, inesorabilmente inghiottendo. Anni fa stavo per morire in un tino appena svuotato ma ancora saturo di anidride carbonica. Il gas aleggiava sul fondo, si sprigionava dalla feccia che dovevo lavare. Provai con un fiammifero per controllare che l'aria fosse respirabile: rimase acceso, tutto a posto. Mi infilai dentro dalla portella, con i miei stivaloni, lo spazzolone e la canna dell'acqua, e cominciai a lavorare di buona lena. Smuovendo la feccia, il gas si alzò con maggiore convinzione, e io cominciai pian piano a respirarlo; senza accorgermene, ovviamente. Mi sentivo bene, leggermente euforico. Ad un tratto mi misi a pensare: "Come si sta bene, qui! Sembra quando ti corichi nel letto appena fatto dopo una giornata di fatica e ti rilassi, e ti senti in pace col mondo. Quasi quasi schiaccio un sonnellino davvero, talmente si sta bene". Mi prese un gran sonno, malgrado fossero le dieci del mattino: un sonno che mi sembrava buono, dolce, voluttuoso e inevitabile. Mi accoccolai sul fondo del tino, e mi sembrò di scivolare tra lenzuola di seta: non mi rendevo conto che dolcemente, voluttuosamente e inevitabilmente mi stavo lasciando andare al mio ultimo sonno. Ad un tratto sentii un fracasso spaventoso, una specie di boato che mi fece balzare il cuore in petto e spalancare gli occhi; respirai affannosamente, come si fa sempre quando ci si spaventa, e solo allora mi accorsi che nei miei polmoni non entrava quasi più aria. Terrorizzato provai ad alzarmi, ma non ci riuscii. La portella, a nemmeno mezzo metro da me, sembrava di colpo lontanissima. Annaspai nella feccia melmosa, riuscii a far forza sui gomiti e a mettere fuori la testa. Stavo per perdere conoscenza, e il mio rantolo affannoso mi arrivava alle orecchie come se ad emetterlo fosse un'altra persona. Per qualche secondo vidi tutto marrone con lampi di luce globulari, come quando si sviene; ma non svenni, e riuscii a restare lì penzoloni fuori dalla portella, tutto impiastricciato come un animalone annegato in una gora. Il boato spaventoso che mi salvò non era altro che il piccolo tonfo prodotto dallo spazzolone, rimasto appoggiato alla parete del tino e poi provvidenzialmente scivolato sul fondo viscido. Fu allora che imparai cosa vuol dire davvero "lasciarsi andare": imparai come sia facile, inavvertibile, confortevole; e al tempo stesso come sia difficile reagire. Questo blog, e quanto gli gira attorno, e quello che significa, è il colpo di spazzolone.